TRUMP-NATO, 2° ROUND

Trump torna alla Casa Bianca: quali implicazioni per la NATO e l’Europa?
Il nuovo mandato di Donald Trump potrebbe ridisegnare le dinamiche transatlantiche, tra spese militari e tensioni geopolitiche

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TRUMP NATO, 2° ROUND
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Il prossimo 20 gennaio 2025 Donald Trump tornerà ad essere l’inquilino numero uno della Casa Bianca dopo quattro anni di assenza.

Un quadriennio in cui, complice il ritorno della guerra in Europa, si è notato un notevole affievolimento delle accese diatribe sul futuro dell’Alleanza Atlantica e di un suo eventuale riassetto, tema per Trump assai caro, letteralmente.

Ai continui strali di The Donald, infatti, si sono sostituiti i morbidi e bonari moniti di Joe Biden, pur sostenuti e rinforzati dal più ferreo ex segretario della Nato Jens Stoltenberg, riguardo ad esempio all’annosa e centrale questione delle spese militari dei Paesi membri.

Divergenti non solo nelle rispettive retoriche e nell’attenzione per il bon ton diplomatico, ma anche nella sostanza in sé. Trump ne ha fatto un vero e proprio capitolo del proprio programma elettorale, sia nel 2016 che nel 2024, nonostante le radicali differenze geopolitiche tra i due mandati presidenziali.

Nonostante, infatti, durante il primo mandato non vi fosse alcun conflitto su larga scala in terra europea a differenza di quanto avvenuto dopo con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, Trump ha minacciato diverse volte il ritiro degli Stati Uniti dall’alleanza se i Paesi membri non avessero rispettato il vincolo del 2% del loro Pil da destinare alle spese militari.

Un’enormità se si pensa che nel caso dell’Italia una cifra simile ammonterebbe oggi a quasi 40 miliardi di euro[1], oltre 10 miliardi in più della corrente legge finanziaria[2].

Se fino al 2020 le minacce del tycoon riscuotevano una certa indifferenza, se non addirittura scherno, come la celebre dichiarazione di “morte cerebrale” della Nato da parte del presidente francese Emmanuel Macron nel 2019, la guerra in Ucraina ha reso tali minacce un tabù dalla temuta evocazione, specialmente ora che il nuovo presidente ha affermato che gli Usa non interverrebbero in difesa dei Paesi “morosi” qualora dovessero essere attaccati, o peggio, invasi.[3]

Da allora, per necessità, molti stati europei hanno incrementato considerevolmente il proprio budget per le spese militari, raggiungendo se non superando il vincolo stabilito, in primis e per ovvie ragioni i Paesi del fianco orientale.

Al di sotto, invece, insieme all’Italia, che nel 2024 ha speso circa l’1,5% del Pil, vi sono Albania, Belgio, Canada, Croazia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna.[4]

Il suddetto vincolo era stato accettato dal presidente Renzi nel 2014, durante il vertice di Newport in Galles, e stabilito come obbiettivo da raggiungere entro il 2028 dal Governo Draghi nel 2022.[5]

Tuttavia, a detta del ministro della Difesa Guido Crosetto, in seno alla Nato si starebbe già discutendo sull’estensione del vincolo al 2,5% del Pil.

Se così fosse, aumenterebbero le incognite economiche del nostro Paese gravando ulteriormente sul già fragile equilibrio finanziario italiano.

Basti pensare che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha affermato che una spesa del genere sarebbe sostenibile solo se scorporata dalle austere regole europee del Patto di stabilità. Soluzione, tra l’altro, già ipotizzata dai precedenti governi italiani.[6]

Ma come mai il presidente eletto Trump si concentra con così veemente ossessione sul tema della spesa militare?

La battaglia politica si spiega perfettamente a partire dal suo slogan principale, “America First”, dal significato multiuso e traducibile a seconda delle necessità: “prima l’America” come urlo di rabbia isolazionista degli elettori del Midwest, ansiosi di scaricare dalle proprie spalle e dalle proprie tasche l’impegno e le gravose tasse necessari per restare il gendarme del pianeta; “America Prima (nel mondo)”, diretta aspirazione e rivendicazione di Wall Street, considerando che per gli europei destinare il 2% e oltre del proprio Pil alla Difesa significa comprare principalmente armi made in Usa.

Nel quadriennio 2019-2023, infatti, l’istituto Sipri ha segnalato che il mercato europeo degli armamenti ha rappresentato il 55% dell’export americano, con un incremento del 94% rispetto ai quattro anni precedenti in cui valeva ben venti punti in meno.[7]

Il tema delle spese militari, tuttavia, non sarebbe l’unico a caratterizzare i futuri rapporti tra la nuova amministrazione Usa ed i Paesi Nato.

Un’eventualità discriminante consisterebbe in una possibile politica di distensione nei confronti della Russia, a partire dalla pacificazione del conflitto in Ucraina.

Ciò comporterebbe un sicuro irrigidimento dei Paesi del fianco est, russofobi per storia e necessità strategica, timorosi di essere lasciati da soli di fronte ai tentativi di penetrazione di Mosca, con l’eventualità che si rivolgano ad altri attori per la propria sicurezza, tra i più probabili Regno Unito e Francia.

Un parziale disimpegno da parte americana, infatti, darebbe la possibilità di acquisire un maggior peso strategico nel continente a chi sarebbe in grado di compensarlo, come Londra e Parigi, sempre che queste ultime ne abbiano l’intenzione e che gli altri membri, soprattutto, non si oppongano.

Tuttavia, nonostante i toni propagandistici, occorre sottolineare come durante il primo mandato di Trump l’impegno americano in Europa sia aumentato anziché diminuire: dai 61.000 soldati nel 2016 si è passati ad un incremento di duemila unità nel 2021[8], forse giustificato dalla allora recente annessione russa della Crimea.

Infatti, verso la fine del mandato nel 2020, con le tensioni con la Russia apparentemente raffreddate, Trump ha ordinato il ritiro di 9.500 soldati dalla Germania, come punizione verso Berlino per non aver rispettato il suddetto vincolo del 2% del Pil[9].

Decisione attuata solo in minima parte, con il ritiro di 500 soldati, e annullata di lì a poco dal presidente Biden, appena subentrato.

Ciò che è lecito aspettarsi è una scarsa considerazione della nuova presidenza americana per ogni forma di iniziativa collettiva, dato il disprezzo di Trump per le istituzioni multilaterali, ed una conseguente ripresa delle interlocuzioni bilaterali, privilegiando i governi politicamente a lui più vicini.

La chiusura del conflitto tra Russia e Ucraina, giunto ormai alle battute finali e tanto richiesta dal Presidente Trump, sarebbe congeniale alla volontà americana di poter dedicare il pieno delle proprie attenzioni strategiche al confronto/scontro con la Cina, obbiettivo ormai prioritario.

Da troppo tempo, infatti, gli apparati a stelle e strisce hanno dovuto distogliere le proprie attenzioni verso Kiev, assistendo impotenti al drenaggio di risorse utili al contenimento di Pechino nell’Indopacifico e non solo.

La priorità strategica di questo teatro richiederebbe, di conseguenza, il supporto degli alleati europei verso Washington in un’area assai distante e in un dominio diverso da quello pertinente alla guerra in Ucraina, passando da uno prettamente tellurico ad uno marittimo.

Sicuramente verrebbero chiamati in causa i Paesi con le marine militari più sviluppate e performanti: Regno Unito, Italia, Francia e Germania. Motivo per cui, se le pressioni americane per il rispetto del vincolo di spesa diverranno insostenibili, sarà saggio destinare tali risorse quasi esclusivamente al potenziamento della nostra Marina.

Ipotesi valide sempre che i membri europei della Nato intendano davvero seguire gli Usa, e soprattutto il nuovo presidente, in Estremo Oriente.

Non è affatto da sottovalutare la possibilità che in risposta al minacciato disimpegno americano in Europa i membri europei dell’alleanza possano reagire lasciando sola Washington contro Pechino.

Nel passato recente, infatti, è già avvenuto che alcuni tra i più importanti Paesi Nato negassero il proprio supporto all’intervento americano in campagne militari chiave, o almeno allora considerate tali. Nel 2003, ad esempio, Francia e Germania, seppur già gregarie di Washington in Afghanistan, decisero di non partecipare alla sciagurata guerra in Iraq contro Saddam Hussein. A seguire anche la Spagna, che si ritirò appena un anno dopo l’invasione del Paese, a poco più di un mese dagli attentati di Madrid[10].

Molto degli equilibri e del futuro stesso dell’alleanza, dunque, dipenderà dall’evoluzione del contesto politico interno agli stati membri e dal loro approccio al continuo mutamento geopolitico, così come dalla capacità auto-conservativa e di esercizio del potere degli apparati americani nel gioco di forza con il nuovo/vecchio presidente, Donald Trump.


[1] https://www.ilsole24ore.com/art/difesa-ecco-quanto-dovrebbe-sborsare-l-italia-mettersi-regola-la-nato-AGtBypy

[2] https://www.confcommercio.it/-/manovra-2024

[3] https://www.ilsole24ore.com/art/ecco-20-paesi-nato-che-trump-non-difenderebbe-c-e-anche-l-italia-AF7myfgC

[4] https://www.nato.int/nato_static_fl2014/assets/pdf/2024/6/pdf/240617-def-exp-2024-en.pdf

[5] https://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ES0291inf.pdf

[6] https://www.ilsole24ore.com/art/difesa-ecco-quanto-dovrebbe-sborsare-l-italia-mettersi-regola-la-nato-AGtBypy?refresh_ce=1

[7] https://www.sipri.org/media/press-release/2024/european-arms-imports-nearly-double-us-and-french-exports-rise-and-russian-exports-fall-sharply

[8] https://theconversation.com/the-us-military-presence-in-europe-has-been-declining-for-30-years-the-current-crisis-in-ukraine-may-reverse-that-trend-175595

[9] https://it.euronews.com/2020/06/08/trump-ritira-le-truppe-usa-ora-la-germania-pensa-sia-un-bluff

[10] https://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2003/01_Gennaio/22/asse.shtml?fa=lowres; https://www.nytimes.com/2004/04/18/international/europe/spanish-leader-pulling-troops-from-iraq.html

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