Trump l’iperboreo

Trump riporta l’Artico al centro della scena geopolitica. Dietro le sue dichiarazioni sull’annessione di Canada e Groenlandia si cela l’interesse strategico per una regione ricca di risorse e cruciale per i futuri equilibri globali

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Durante il primo incontro con la stampa da presidente eletto, Donald Trump ha dato seguito ad alcune affermazioni a dir poco scottanti riguardo le prossime mosse di politica estera che verranno intraprese dalla sua nuova amministrazione.

Oltre alla volontà di rinominare il Golfo del Messico in Golfo d’America e di riprendere possesso del canale di Panama, l’intenzione del tycoon sarebbe quella di annettere il Canada e la Groenlandia agli Stati Uniti, segnalando una rinnovata attenzione verso un teatro strategico spesso lontano dall’attenzione e dagli interessi dell’opinione pubblica: l’Artico.

Considerando almeno per il momento tali affermazioni come mere fantasie della retorica trumpiana, esse inaugurano comunque il nuovo insediamento presidenziale caratterizzandone la politica estera con un taglio assai “monroista”, declinando il mantra dell’America First in una dimensione meno globale e più continentale.

La cosiddetta dottrina Monroe, infatti, prende il nome dal presidente americano James Monroe, il quale si distinse per aver perseguito la supremazia degli Stati Uniti nelle Americhe tramite l’estromissione, o quantomeno la limitazione, dell’influenza di ogni potenza estranea al continente, specialmente europea: un disegno in cui le Americhe venivano idealmente “recintate” e rese un’area di esclusiva pertinenza geopolitica statunitense.

Trump, Canada e Groenlandia

Per quanto riguarda il Canada, Trump ha dichiarato che utilizzerà ogni forma di coercizione economica possibile per abolirne il confine, osteggiando il disavanzo commerciale ora a favore del paese degli aceri e sostenendo che se l’unione dovesse realizzarsi, la popolazione canadese stessa beneficerebbe di una detassazione del 60% e di una maggior protezione militare, specialmente marittima, dalla Russia e dalla Cina1.

Per ciò che concerne la Groenlandia, invece, Trump ha affermato che oltre alle leve economiche non escluderebbe anche misure militari per procederne all’annessione.

Già durante il suo primo mandato, nel 2019, aveva avanzato alla Danimarca una proposta formale di acquisto dell’isola, sullo stile di quanto fatto dagli USA con la Russia per l’Alaska nel 1866, ricevendo però stavolta un netto rifiuto.

Copenaghen è proprietaria dell’isola sin dal 1814, ricevuta dopo la separazione dalla corona norvegese, ex inquilina. Dopo la concessione dell’autonomia, confermata tramite referendum nel 2008, la Danimarca ne controlla ancora finanze, politica estera e difesa.

Dal 1943, tuttavia, gli Stati Uniti presidiano la Groenlandia con i propri soldati e le proprie installazioni militari, in particolare la base di Thule, l’avamposto americano più a nord del pianeta e assegnata alla US Space Force.

La sicurezza groenlandese è da allora de facto appaltata a Washington, la quale ne ha sfruttato la strategica posizione geografica per presidiare il fronte artico e prevenire un’eventuale invasione da nord della Germania nazista prima e dell’Unione Sovietica poi, oltre a monitorare i cieli in caso di guerra nucleare.

Il controllo militare americano della Groenlandia rende dunque inutile per Trump sia minacciare un’improbabile invasione dell’isola (già nella propria disponibilità, oltre che amministrata da un paese alleato e membro della Nato) che un altrettanto improbabile ritiro, lasciando un fronte cruciale alla mercè dei propri avversari.

Pertanto, se Trump deciderà di proseguire con l’annessione, non resteranno che due strade più realisticamente percorribili: la prima consisterebbe nell’attuare una pressione diplomatica sulla Danimarca mediante dazi, strumento di moral suasion assai caro al presidente, al fine di ottenere una sorta di vendita forzata, non si sa poi a che prezzo (il Washington Post ha stimato un valore di 1,7 mila miliardi di dollari)2.

La seconda, invece, consisterebbe nel fare pressione sulla popolazione locale tramite concessioni economiche e il finanziamento di infrastrutture e grandi opere pubbliche di cui l’isola scarseggia, al fine di ottenere un referendum di annessione, la cui concessione però dipende sempre dalla Danimarca.

Inoltre, non è detto che i groenlandesi propendano per una scelta del genere: il dominio danese è certamente sempre più percepito dai locali (56mila abitanti) come un potere coloniale e storicamente sgradito, incapace di fornire le risorse di cui il Paese è alquanto carente; tuttavia, ogni forma di sentimento secessionista è sempre stato indirizzato verso la volontà di una pura indipendenza, svincolata da imperialismi altrui e protettorati esterni.

La nuova importanza dell’Artico

La posizione geografica della Groenlandia e del Canada è di assoluta rilevanza strategica nel teatro artico se si considerano le previsioni di scioglimento progressivo del ghiaccio polare, il quale dovrebbe sparire totalmente entro il 20503, rendendo navigabile il Polo Nord e creando dunque una nuova rotta commerciale in grado di collegare oriente e occidente.

La rotta artica, infatti, permetterebbe di dimezzare i tempi di percorrenza tra i porti sul Pacifico e quelli atlantici4, senza poi dover pagare il pedaggio a Panama ed Egitto per l’uso dei rispettivi canali, con il primo soggetto al rischio di blocco per carenza idrica e Bab el Mandeb compromesso dal terrorismo degli Houthi e dagli assalti dei pirati.

Proprio per questi motivi la Cina, paese con la maggior quota di export mondiale, intravede nella rotta artica una soluzione ottimale per aggirare i vari colli di bottiglia marittimi controllati dagli USA, sottraendosi così alla facoltà di Washington di “chiusura dei rubinetti”, oltre alla possibilità di un lauto risparmio di tempo e denaro per la logistica.

L’unico collo di bottiglia da dover attraversare a questo punto sarebbe lo stretto di Bering, in cui il potere di ricatto americano è però limitato dal condominio con la Russia, qui dirimpettaia dell’Alaska, e dunque preferibile a tutti gli altri almeno per il momento, data la temporanea “amicizia senza limiti” tra Mosca e Pechino.

Una volta attraversato, le navi cinesi potrebbero contare sulla vasta rete di porti e basi militari russe qui in via di allestimento, o meglio dire, di riapertura. Mosca, infatti, ha dato inizio sin dal 2007 alla riattivazione di oltre 50 basi dell’epoca sovietica precedentemente chiuse, tra cui 13 basi aeree, 10 stazioni radar, 20 avamposti e 10 stazioni di soccorso5. Ciò porta le basi russe nell’area ad un totale di 57, contro le 32 della Nato6.

La Russia non può fare a meno dell’Artico

L’Artico è per la Russia un asset esistenziale. Detentrice del 53% delle coste che vi si affacciano e, di conseguenza, della maggior quota di acque territoriali fino a 200 miglia nautiche da esse7, Mosca ricava da questa regione il 90% della propria produzione di gas e il 60% di quella petrolifera, ma soprattutto vi detiene il 60% delle riserve di entrambi8.

Oltre all’importanza dovuta al potenziale logistico e commerciale del teatro artico, infatti, bisogna anche considerare l’abbondanza dei ricchi giacimenti di combustibili fossili, minerali e terre rare ivi presenti9. Una stima dello US Geological Survey presenta un potenziale estrattivo di 90 miliardi di barili di petrolio e del 30% delle riserve di gas mondiali10.

Ma non è tanto l’abbondanza di idrocarburi al centro dell’interesse geopolitico per l’Artico, il cui sfruttamento al momento non farebbe che abbassarne il prezzo di mercato, quanto quella delle terre rare, stimate dal Pentagono in giacimenti dal valore pari a un trilione di dollari11, concentrati principalmente in Groenlandia, a cui si aggiungono altri di ferro, piombo, zinco, nickel e uranio12.

Essi fanno gola a molte potenze, USA e Cina in primis, le quali se ne contendono il potenziale a suon di schermaglie diplomatiche e investimenti economici.

Carta - L'Artico e la nuova dottrina americana

I tentativi americani di frenare la penetrazione cinese

Negli ultimi anni, infatti, su pressione americana sono stati bloccati diversi tentativi di penetrazione cinese in Groenlandia, tra cui un accordo per la costruzione di tre aeroporti, di cui uno nel capoluogo Nuuk, cancellato dalle autorità locali e riassegnato a finanziatori danesi13, e un altro per lo sviluppo della miniera di zinco e piombo di Citronen, nel nord dell’isola, da parte della compagnia mineraria australiana Ironbark.

La Ironbark ha rifiutato un cospicuo finanziamento cinese per accettarne uno da 650 milioni di dollari dalla EXIM Bank americana, tramite prestiti forniti attraverso il programma governativo “402A”, il cui scopo è di sostenere le imprese americane nella competizione con la Cina14.

Il crescente interesse cinese è testimoniato anche dalla proposta di acquisto dell’ex base navale di Gronnedal nel 2016 e dalla richiesta alle autorità locali di costruire una stazione radar nel 201715.

A rinforzo della propria capacità di interdizione e di proiezione strategica nell’isola, Washington ha inoltre riaperto nel 2020 il proprio consolato a Nuuk, chiuso nel 1953 e starebbe investendo 4 miliardi di dollari per potenziale la base aerea di Thule16.

Una retorica eccessivamente imperialista può danneggiare Trump

Dunque, controllare il Canada e la Groenlandia, oltre all’Alaska, conferirebbe agli USA la proprietà dell’altra metà o quasi del Circolo Artico, lasciando a Islanda e Norvegia, tramite le isole Svalbard, le quote di minoranza ed estromettendo così l’Unione Europea da ogni affaccio sulla regione.

In conclusione, nell’attesa di capire quanto sia reale l’ipotesi di annessione o meno, la dichiarazione di intenti del presidente Trump, suffragata anche dalla recente spedizione in Groenlandia del proprio primogenito, Donald Jr., si presenta al momento più come una segnalazione a Russia e Cina della ferma considerazione americana per l’Artico e per il suo ruolo strategico presente e futuro.

Certo è che adottare una retorica manifestamente imperialista è per Trump, ma soprattutto per gli Stati Uniti, un gravissimo errore, in quanto impossibile da conciliare con il contrasto all’espansione dei regimi autoritari avversari. Come poter condannare a questo punto l’invasione russa dell’Ucraina? Come criticare la postura belligerante di Pechino nei confronti di Taiwan?

Un grave danno per la reputazione americana nel mondo che rischia di ridurre gli USA ad una potenza come un’altra, svuotata dell’aura positiva e moderata che l’incessante e profusa retorica dei tanti ex inquilini della Casa Bianca ha contribuito a edificare.

Soprattutto, toni del genere vanno a minare il senso di fedeltà e lealtà dei propri alleati, rischiando di far crollare il vincolo di fiducia implicito ed esplicito che ha reso gli Stati Uniti il gendarme del mondo. Ruolo assai gravoso a cui, forse, Donald Trump ha deciso di rinunciare una volta per tutte.

1 https://apnews.com/article/canada-trump-us-state-131dcff58a8f56116765f160d9f35460

2 https://www.washingtonpost.com/business/2019/08/16/trump-wants-buy-greenland-how-much-would-it-cost/

3 https://www.osservatorioartico.it/artico-privo-di-ghiaccio/#:~:text=Secondo%20il%20sesto%20rapporto%20di,gas%20serra%20intermedie%20e%20elevate.

4 https://focus.shipmag.it/2024/03/green-shipping-2024/rotta-marittima-artica-il-futuro-che-verra/

5 https://www.csis.org/analysis/russian-arctic-threat-consequences-ukraine-war

6 https://www.reuters.com/graphics/ARCTIC-SECURITY/zgvobmblrpd/

7 https://www.whoi.edu/multimedia/arctic-territorial-map/

8 https://swp-berlin.org/en/publication/russia-in-the-arctic

9 https://www.science.org/doi/10.1126/science.1169467

10 https://www.usgs.gov/media/audio/90-billion-barrels-oil-and-1670-trillion-cubic-feet-natural-gas-assessed-arctic

11 https://www.navy.mil/Press-Office/Press-Releases/display-pressreleases/Article/2463000/department-of-the-navy-releases-strategic-blueprint-for-a-blue-arctic/

12 https://www.groenlandia.it/articoli/terre-rare-in-groenlandia

13 https://warontherocks.com/2019/08/lets-not-make-a-deal-geopolitics-and-greenland/

14 https://www.bacchuscapital.co.uk/News/ironbark-zinc–how-an-aussie-zinc-miner-switched-horses-from-china-to-the-us

15 https://www.reuters.com/article/us-denmark-china-greenland-base/denmark-spurned-chinese-offer-for-greenland-base-over-security-sources-idUSKBN1782EE/

16 https://focuswashington.com/2022/12/20/us-to-invest-billions-in-thule-military-air-base-in-greenland/

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