Esisteva un tempo in cui i governi, espressione della classe dirigente, venivano percepiti e vissuti per quello che erano: il vertice della piramide del potere di una nazione, investiti della responsabilità di preservare l’incolumità della popolazione e migliorarne, per quanto possibile, la qualità della vita. Gli apparati amministrativi, i ministeri, i tribunali e le agenzie di vario titolo e genere, altro non erano che gli ingranaggi fondamentali per il funzionamento di quel complesso e altamente ingegneristico macchinario che nella lingua di Marco Tullio Cicerone è l’ars regendi. Tradotto in inglese: trattasi niente di meno che dell’establishment. Parola di uso ormai comune e che nella storia recente ha segnato il salto verso la percezione non più di governanti volti semplicemente all’amministrazione della cosa pubblica, ma di poteri paralleli in seno alle stesse strutture dello stato e volti principalmente a mantenere il proprio potere. Come in molti casi, in medio stat veritas: la classe dirigente che popola i massimi organi dello stato svolge invero una funzione di controllo indiretto, ricercandone la continuità, e quindi la propria stessa sopravvivenza, di concerto (o meno) con chi in quel momento occupa le posizioni apicali di governo. Donald J. Trump, 45° e 47° presidente degli Stati Uniti, ha come marchio distintivo l’aver portato nell’arena politica americana la contestazione alla classe dirigente e alla sua espressione all’interno degli apparati di governo. Ecco nuovamente il richiamo all’onnipresente establishment, emblema dello status quo e disturbatore dei sonni trumpiani. Già prima del suo ingresso ufficiale in politica era possibile ascoltare invettive del tycoon newyorkese contro l’establishment politico e finanziario, colpevole, a suo dire, di non gestire l’economia in maniera adeguata. Dal momento della sua candidatura, Trump si è presentato come il campione del popolo, l’outsider che può ripulire il governo e i relativi apparati e contrastare il potere delle lobby (celeberrima la sua affermazione “drain the swamp”, bonificare la palude1). Poco importa se includendo anche gli esponenti di quel partito, il repubblicano, tra le cui fila egli stesso si era candidato. In altre parole Trump si è palesato come l’anti-establishment fatto persona2. Lo stesso movimento America First, riportato in auge e poi cavalcato dall’allora candidato presidente, si raffigura come antagonista dell’establishment. Come esplicitato nello slogan che dà il nome al movimento, l’obiettivo di America First è dare priorità agli interessi degli Stati Uniti, intesi come nazione a sé e non come attore protagonista della comunità internazionale, e dei propri cittadini, con un focus particolare sulla riconquista del benessere perduto della working class. In questo contesto, la tendenza pluridecennale e bipartisan della classe governante verso interessi economici e finanziari globalistici, la cooperazione internazionale e l’interventismo in terra straniera, rappresenta così un’altra faccia del poliedrico establishment che il magnate promette di affrontare e sconfiggere al fine di un pronto ritorno alle idilliache origini statunitensi.
La sorprendente vittoria alle elezioni del 2016, nonostante i grandi proclami e le promesse altisonanti, videro un Trump non totalmente libero di agire. In tale frangente, infatti, la sua presa sul Gop3 era limitata ed egli necessitava del sostegno di quella parte del partito che altro non era che l’espressione della classe dirigente repubblicana. La corsa al ticket presidenziale aveva visto la strenua resistenza degli altri contendenti repubblicani al fine di sbarrare la strada al futuro presidente. La stessa scelta di Mike Pence come vice, nonostante l’allora governatore dell’Indiana avesse appoggiato inizialmente la candidatura del senatore del Texas Ted Cruz4, lasciava intravedere la necessità di Trump di giocare di sponda con le élite repubblicane. Le idee e le iniziative più estreme proposte dal presidente e dalla sua, tutt’altro che velata, éminence grise Steve Bannon, furono ostacolate da coloro che erano parte delle gerarchie e degli apparati dello stato, perfino all’interno dello stesso staff presidenziale. Rimarchevole fu, infatti, il tasso di sostituzione di quest’ultimo, tra dimissioni e destituzioni. È qui che, oltre all’establishment, ormai nemico conosciuto, Trump scoprì un altro avversario nel cosiddetto deep state: ovvero gli ingranaggi e i componenti dei vari apparati dello stato, costituiti dal personale civile e militare facente parte dei vari dipartimenti e agenzie di cui la vasta macchina di governo americana è composta. Infine, Trump trovò una fiera resistenza anche all’interno del Congresso dove, nonostante ne avesse il controllo nominale, membri dello stesso partito repubblicano si opposero ad alcune delle iniziative trumpiane. Memorabile fu l’opposizione del senatore di lungo corso John McCain, immagine dello scontro tra le élite politiche tradizionali e l’ascesa dei politici di stampo trumpiano.
Oggi il tycoon si ritrova con una vittoria sulla carta completa. Essa si erge su fondamenta più granitiche rispetto al 2016. Rinforzate dall’inattesa quanto storica supremazia anche nel voto popolare, le basi del nuovo potere trumpiano includono un forte controllo sul Congresso e, novità fondamentale rispetto alla prima elezione, sul partito repubblicano stesso, il quale sembra ormai forgiato ad immagine e somiglianza del suo principale esponente. Dai tempi del primo mandato di Trump, molti esponenti della corrente Maga (Make America Great Again – parente stretto dell’America First anche se non gemello) sono entrati nel Gop e hanno progressivamente, grazie all’appoggio esplicito del tycoon, sostituito i politici repubblicani “tradizionali”, oppure hanno messo loro pressione per uniformarsi alla corrente trumpiana, pena la sconfitta alla tornata elettorale successiva da parte del candidato trumpiano di turno. Negli ultimi scampoli di una presidenza a marchio Biden sfumante senza colore tra gli incendi che devastavano la costa ovest, anche le grandi aziende5 e i principali imprenditori del settore tech6 si sono piegati allo strapotere di un presidente non ancora in carica. Eppure, come amaramente lesse il Principe del Marocco all’interno dello scrigno offerto dalla bella Porzia, “non è oro tutto quello che luce”7. Il trumpismo è in auge ma non è l’unica voce nel coro. Non tutti i membri del Congresso sono trumpiani a prescindere o sono disposti ad accettare qualunque iniziativa del magnate newyorkese. E il loro peso non è del tutto indifferente. Il rifiuto del magnate a fine 2024 di approvare il testo relativo al bilancio federale, già negoziato da entrambi i partiti, rivela la situazione e costituisce sia una prova di forza che l’ennesimo tentativo di incrementare la propria presa sul Gop8. L’attuale lotta per le investiture incarna quindi una perfetta cartina di tornasole per cercare di comprendere gli accadimenti in seno alla complessa macchina governativa statunitense9.
Come si possono, dunque, interpretare le nomine di Trump ai posti chiave della futura amministrazione?
Alcuni dei candidati scelti evidenziano la necessità del magnate di tenere in conto l’esigenza di continuare a dialogare con l’establishment rimasto nel Congresso e all’interno degli apparati. Il senatore della Florida Marco Rubio, nominato per il ruolo di segretario di Stato, rappresenta il politico repubblicano tradizionale per eccellenza: lunga carriera politica e brillante cursus honorum, ampio supporto da parte del partito sin dalla sua elezione al senato nel 2010 e allineamento con le posizioni conservatrici tipiche del Gop. Nonostante ciò, o proprio per questo motivo, la sua permanenza nel ruolo potrebbe presto essere messa in discussione dall’ala trumpiana e dalla contemporanea nomina da parte di Trump di altre cariche “minori” ma con portafogli in sovrapposizione a quello di Rubio10. Una situazione esattamente agli antipodi è identificabile nella nomina di Pete Hegseth a Secretario della Difesa, la quale rientra nel filone dei candidati che sono stati rifiutati dal senato, costretti al ritiro11 o che sono stati oggetto di un attento scrutinio e feroci polemiche. Hegseth, conduttore televisivo e veterano in Afghanistan e Iraq, è considerato un sostenitore del secondo emendamento e di un sistema educativo maggiormente patriotico ed è un oppositore dell’ideologia woke, in particolare all’interno delle forze armate12. Il candidato al Pentagono è stato sottoposto ad un attento esame da parte del Congresso, durante il quale alcuni senatori, repubblicani inclusi, si sono detti preoccupati da suoi comportamenti non propriamente etici13. Preoccupazioni tali da far pensare concretamente all’eventualità di un suo sostituto nella persona di Ron DeSantis14. Se il caso Rubio raffigura un candidato legato all’establishment ostacolato dall’ala trumpiana, il caso Hegseth ricalca esattamente la situazione opposta.
Sono state anche proposte delle nomine che lasciano intravedere un tentativo palese del tycoon newyorkese di creare scalpore e di sfidare la classe dirigente tradizionale. Tra di loro è possibile annoverare scettici della crisi climatica come Chris Wright, scelto come segretario dell’Energia15, e personalità antisistema come Robert Kennedy Jr16. La barra, per quanto riguarda le questioni strategiche, invece resta dritta e puntata verso la Repubblica Popolare Cinese. Le nomine di Jamieson Greer17 (US Trade Representative), già parte dello staff che aveva introdotto misure tariffarie contro la Cina durante il primo mandato di Trump, Michael Waltz18 (National Security Adviser), campione del movimento America First e ostile alla Cina e, infine, dello stesso Rubio, tenace avversario del gigante asiatico, ne sono prova tangibile. Altre invece rispecchiano fedelmente le idee di Trump in materia di commercio internazionale, le quali non sono una prerogativa solo del tycoon. Scott Bessent19 (segretario del Tesoro) e Howard Lutnick20 (segretario del Commercio) hanno in comune, sebbene con sfumature diverse tra loro, l’idea che le politiche protezionistiche, incluso l’inasprimento dei dazi doganali, siano una soluzione alle sfide economiche che gli Stati Uniti stanno fronteggiando.
Dulcis in fundo: la creazione dell’ormai famigerato Department of Government Efficiency, Doge per gli amici, ma poco incline ai lussi propri dei governanti della Serenissima, affidato all’eclettico Elon Musk. Il dipartimento è l’emblema della lotta contro il potere, l’influenza e le ingerenze che le strutture del governo federale hanno sulla vita dei cittadini e delle imprese. L’approccio di Trump vira verso un sistema di governo più snello e più conforme agli Stati Uniti della prima ora, in cui i singoli stati, finanche i singoli individui, sono liberi di decidere le proprie traiettorie. Interessante a tal proposito è stata la posizione del magnate sul tema dell’aborto durante la campagna elettorale, dove l’allora candidato proponeva di lasciare ai singoli stati il potere di decidere sulla legalità e sulle regole che normano il diritto all’interruzione della gravidanza21. La tendenza deregolarizzatrice del tycoon la si può infine intravedere anche attraverso la nomina di Paul Atkins, oppositore del proliferare di codici e norme atte a regolarizzare i mercati22, a direttore della Security and Exchange Commission (Sec).
In conclusione, all’alba del suo secondo mandato, Trump ha forgiato, forse in maniera duratura, un nuovo partito repubblicano. La vecchia guardia del Gop, espressione dell’establishment tradizionale, è stata progressivamente allontanata e sostituita dalle correnti Maga e America First, oppure si è a queste conformata. Dall’altro lato dello spettro politico, le varie correnti del partito democratico, quest’ultimo ora considerato rappresentazione dell’establishment stesso, si ritrovano nella difficile fase di analisi interiore al fine di digerire e contestualizzare la recente sconfitta in attesa delle prossime tornate elettorali. La politica americana si conferma complessa e mutevole come non mai e il percorso di stabilizzazione delle tendenze future si preannuncia ancora lungo.
1 T. Meyer, Has Trump drained the swamp in Washigton?, “Politico”, 19 ottobre 2017, https://www.politico.com/story/2017/10/19/trump-drain-swamp-promises-243924
2 J. Diamond, Trump: Establishment is against me, “CNN”, 25 gennaio 2016, https://edition.cnn.com/2016/01/25/politics/donald-trump-establishment-2016/index.html
3 Grand Old Party: altro nome con cui è anche comunemente conosciuto il Partito Repubblicano.
4 E. Bradner, J. Berman, P. Mattingly, Mike Pence endorses Ted Cruz, “CNN”, 29 aprile 2016, https://edition.cnn.com/2016/04/29/politics/mike-pence-to-endorse-ted-cruz-friday/index.html
5 C. Cutter, T. Francis, Corporate America Drew Back from DEI. The Upheaval Isn’t Over, “The Wall Street Journal”, 28 dicembre 2024, https://www.wsj.com/business/corporate-dei-policy-changes-pull-back-33fdab87
6 L. Carolan, Why are US tech tycoons queuing up to bow down before Donald Trump?, “Irish Examiner”, 10 gennaio 2015, https://www.irishexaminer.com/news/arid-41551285.html
7 W. Shakespeare, Il Mercante di Venezia, Atto secondo, Scena settima. https://www.shakespeareitalia.com/il-mercante-di-venezia-atto-secondo/
8 https://www.nbcnews.com/news/amp/rcna184745
9 N. Andrews, S. Hughes, B. Schwartz, Repubblican Senators Play Game of Chicken With Trump on Cabinet Picks, “The Wall Street Journal”, 7 dicembre 2024, https://www.wsj.com/politics/policy/republican-senate-trump-cabinet-picks-hegseth-3f73652b?mod=djem10point
10 N. Toosi, Marco Rubio Isn’t Likely to Last Long as Secretary of State, “Politico”, 14 gennaio, 2025, https://www.politico.com/news/magazine/2025/01/14/marco-rubio-secretary-of-state-column-00197805
11 Come Matt Gaetz, nominato alla carica di procuratore generale, ma successivamente ritiratosi a causa delle indagini che lo avevano visto coinvolto.
12 I. Ali, P. Stewart, Hegseth, advocate for firing ‘woke’ military leaders, picked for defense secretary, “Reuters”, 13 novembre 2024, https://www.reuters.com/world/us/trump-says-he-will-nominate-fox-news-host-pete-hegseth-defense-secretary-2024-11-13/
13 J. McCormick, K. Peterson, L. Wise, Pete Hegseth Gets Boos From Trump Allies’ Pressure Campaign, “The Wall Street Journal”, 10 dicembre 2024, https://www.wsj.com/politics/pete-hegseth-trump-pressure-republican-senators-50ee71c7?mod=djemCapitalJournalDaybreak)
14 C. Hayes, N. Yousif, Trump’s defence nominee hits out after report he could be dropped, “BBC”, 4 dicembre 2024, https://www.bbc.com/news/articles/cr564zd43l9o
15 K. Watson, C. Yilek, See the full list of Trump Cabinet picks and major White House appointments, “CBS News”, 12 dicembre 2024, https://www.cbsnews.com/news/who-might-be-in-donald-trump-cabinet/
16 S. Dorn, S. Pastis, RFK Jr.‘s Conspiracy Theories: Here’s What Trump’s Pick For Health Secretary Has Promoted, “Forbes”, 15 novembre 2024, https://www.forbes.com/sites/saradorn/2024/11/15/rfk-jrs-conspiracy-theories-heres-what-trumps-pick-for-health-secretary-has-promoted/
17 K. Lobosco, R. Maruf, Trump names Jamieson Greer as his pick for US Trade Representative, “CNN”, 26 novembre 2024, https://edition.cnn.com/2024/11/26/politics/jamieson-greer-us-trade-representative-trump/index.html
18 S. Dorn, S. Pastis, op.cit.
19 Ibid.
20 A. Panetta, Trump names his tariff man. Here’s what he’s said and what it means for Canada, “CBC News”, 19 novembre 2024, https://www.cbc.ca/news/world/lutnick-tariff-man-1.7387843
21 Aa.Vv., Trump says abortion legislation should be left to states, “CNN”, 8 aprile 2024, https://edition.cnn.com/2024/04/08/politics/donald-trump-abortion-2024/index.html
22 D. Michaels, Trumps Picks Paul Atkins to Run SEC, “The Wall Street Journal”, 4 dicembre 2024, Trump Names Paul Atkins as SEC Chair Pick – WSJ