Europa e il terremoto Trump

L’assenza dell’Europa ai recenti negoziati tra Stati Uniti e Russia a Riad evidenzia la sua irrilevanza crescente negli equilibri globali. Con Trump deciso a ridurre l’impegno americano, il Vecchio Continente appare diviso e privo di una strategia chiara per affrontare questa nuova fase geopolitica

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Negli ultimi giorni si è assistito a un forte scossone che sta rimodellando gli equilibri geopolitici tra Stati Uniti e Russia. La politica delle sanzioni contro il Cremlino perseguita dall’amministrazione Biden è stata obliterata dall’incontro tenutosi a Riad nei giorni scorsi. Per la prima volta dall’inizio dell’invasione su vasta scala dei territori ucraini, attuata da Putin, Washington e Mosca si sono ritrovate allo stesso tavolo negoziale, con l’obiettivo di trovare un accordo per porre fine alle ostilità. Lampante è stata l’assenza dal meeting di una delegazione Ucraina in primo luogo e di una europea in secondo. L’episodio ha immediatamente allarmato le cancellerie del vecchio continente.

Niente di rivoluzionario all’orizzonte

Durante la campagna elettorale, il tycoon aveva più volte ribadito che avrebbe concluso il conflitto in 24 ore dal suo insediamento. Il proclama, esageratamente trumpiano nei toni, unito al reiterato monito a rispettare i livelli di spesa previsti dallo statuto Nato, sottolinea l’intenzione statunitense a diminuire il proprio livello di impegno nello scenario europeo. Questa intenzione rientra nella linea strategica, lanciata già ai tempi dell’amministrazione Obama, denominata Pivot to Asia. In poche parole Washington riallinea il suo focus strategico nella regione indo-pacifica per fronteggiare il crescente livello di sfida rappresentato dalla Cina. Anche i rinnovati contatti diretti con la Russia putiniana non mostrano caratteri di originalità. Già nei primi giorni da presidente eletto, il magnate newyorkese aveva affermato di poter utilizzare le sue relazioni personali con il capo del Cremlino per porre fine al conflitto russo-ucraino. Non bisogna dimenticare che The Donald non è nuovo a condotte poco ortodosse in politica estera, basate su contatti e relazioni personale dirette, come aveva già dimostrato patrocinando il momentaneo riavvicinamento tra le due Coree. Non deve stupire nemmeno il plateale riferimento a dati privi di fondamento in relazione all’impegno economico degli Stati Uniti nei confronti dell’Ucraina né, tantomeno l’accusa portata a Zelens’kyj di essere un dittatore. Inutile citare il fatto che gli aiuti europei, in termini economici, hanno superato quelli forniti dagli americani ma Trump ha spesso fatto riferimento a fake news per supportare la narrazione più consona ai suoi scopi.

Questa svolta ha creato molto scompiglio nel vecchio continente. Gran parte delle cancellerie europee, forse convinte che l’amministrazione Trump avrebbe continuato sul sentiero tracciato da Biden, ha accolto con sgomento il repentino cambio di rotta e di narrazione. Il presidente francese Emmanuel Macron ha indetto a Parigi un summit “d’emergenza”. L’incontro ha visto la partecipazione di Germania, Regno Unito, Italia, Polonia, Spagna, Paesi Bassi e Danimarca, oltre alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e Mark Rutte, segretario generale della Nato. La riunione non ha avuto alcun esito evidenziando l’indecisione e le divisioni in seno ai Paesi europei sulla direzione da prendere. L’indecisione dei leader europei sottolinea maggiormente le parole che lo stesso Rutte aveva pronunciato in un’intervista a margine della conferenza sulla sicurezza tenutasi a Monaco di Baviera i giorni precedenti: “Gli europei devono combattere per essere al tavolo delle trattative […] devono trovare nuove idee per esempio sul flusso di armamenti verso l’Ucraina o sul training dei soldati”1.

L’Europa è smarrita

Tralasciando le speculazioni sulle motivazioni che stanno spingendo Trump sulla via della riappacificazione con la Russia, si evidenzia un’Europa confusa, senza una chiara strategia sul come affrontare l’eventualità della fine del conflitto, senza una chiara idea di come garantire la sicurezza dell’Ucraina. A conferma di ciò, la proposta britannica di stazionare truppe per garantire la pace ha incontrato il disaccordo del cancelliere tedesco Olaf Scholz e del premier polacco Donald Tusk. Questa inaspettata accelerazione degli eventi giunge in un momento complicato per diversi Paesi europei alle prese con campagne elettorali, come ad esempio la Germania e la Polonia. Nel migliore dei casi, in Germania serviranno settimane, se non mesi, per formare un governo ed esprimere una linea chiara sull’Ucraina. I risultati elettorali suggeriscono un probabile esecutivo a trazione CDU/CSU con il supporto dell’SPD. A completare il quadro dell’instabilità c’è la Francia con l’Assemblea nazionale frammentata in tre macro blocchi, dei quali nessuno possiede la maggioranza assoluta dei seggi.

Dobbiamo stare attenti a non incorrere nell’errore di ricondurre la difficoltà europea semplicemente al cambio di rotta imposto da Trump. Nei tre anni trascorsi dall’inizio dell’invasione l’Unione europea è riuscita a coordinare un imponente impianto sanzionatorio contro l’aggressore russo. Oltre alle sanzioni l’Europa è riuscita a mettere in campo, tra aiuti militari, finanziari e umanitari circa 132 miliardi di euro; contro i circa 114 miliardi messi in campo dagli americani2. Si è cercato di stimolare la produzione di armamenti tramite l’Act in Support of Ammunition Production (ASAP) e il Fondo Europeo per la Difesa, riuscendo a portare rifornimenti essenziali per lo sforzo bellico ucraino. Il problema è che ci si è focalizzati sul supportare l’Ucraina fino a quando sarebbe stato necessario, fino a quando le sanzioni avrebbero piegato l’economia russa costringendola ad abbandonare il campo di battaglia, sine die in poche parole.

Qui c’è il punto critico della questione. Non è stata messa in piedi una strategia comune, dettagliata e credibile sul come affrontare il conflitto nel caso in cui le sanzioni avessero fallito il loro intento. Ad oggi è materialmente impossibile riconquistare le porzioni di territorio prese dall’esercito russo. Creare le condizioni per renderlo fattibile richiederebbe l’utilizzo di risorse materiali e umane che non sono a disposizione, nel migliore dei casi richiederebbero anni per essere messe in campo. La mossa di Trump ha quindi scosso profondamente un’Europa priva di una strategia comune e fortemente delegittimata da questa stessa mancanza. Il quadro che ne deriva descrive il vecchio continente come alla deriva. Forte instabilità politica, mancanza di pianificazione e di concordanza sugli obiettivi da perseguire depotenziano l’Unione europea. Inoltre, anche le capacità individuali dei singoli governi veterocontinetali risultano intaccate in questo contesto di delegittimazione internazionale. Il vecchio continente è sempre più vecchio e sempre meno competitivo, costretto a subire le iniziative altrui.

Risulta indicativa di questa delegittimazione anche la scelta di tenere l’incontro tra le delegazioni americana e russa in Arabia Saudita, fuori dal continente europeo.

Europa grande assente anche in Medio Oriente

La scelta di Riad per l’avvio dei negoziati sposta l’attenzione su un altro fronte instabile: il Medio Oriente. La regione, sconvolta dal conflitto israelo-palestinese, dal crollo del regime di Bashar al-Assad e dal riacutizzarsi della guerra civile nello Yemen, ha un estremo bisogno di stabilità. L’indefesso supporto trumpiano allo Stato d’Israele non è mai stato un mistero. Fu infatti proprio il tycoon a spostare la sede dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, avallando la pretesa israeliana a considerare la città santa come capitale legittima, e a riconoscere la sovranità dello Stato Ebraico sulle alture del Golan. Fu lo stesso The Donald a mediare la firma degli accordi di Abramo, con l’intento di creare nella regione un asse anti-iraniano. In questo momento, gli Stati Uniti possiedono diverse basi e installazioni militari disseminate per la regione: “Arabia Saudita, Oman, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain e Kuwait nel Golfo; in Iraq e Siria nel cuore della Mesopotamia, con la base di Tanf al confine tra Giordania, Siria e Iraq”3. Il taglio dell’8% al budget per le operazioni in Europa e Medio Oriente, annunciato dal neo segretario della difesa Pete Hegseth, andrà a incidere sul dispiegamento delle forze americane nella regione. Si riverbera anche qui la volontà statunitense di ridurre l’impegno nei teatri considerati non più di primaria importanza. Resta ancora da vedere in quale modo gli Stati Uniti attueranno il parziale disimpegno, data per assolutamente improbabile la totale smobilitazione dalla regione. Non bisogna ancora dare per scontata l’uscita della Russia dalla Siria. Inoltre, il Cremlino ha rafforzato la sua presenza nel Sudan ottenendo la concessione, in cambio del supporto alle Forze Armate Sudanesi (SAF), per la costruzione di una base navale nei pressi di Port Sudan. Al rafforzamento russo nel mar Rosso si aggiungono la base militare cinese a Gibuti e un Iran costretto sulla difensiva ma non di certo sconfitto.

Ad oggi gli equilibri nel Mediterraneo allargato orientale sono radicalmente diversi con Israele che sicuramente ha guadagnato una posizione di maggior forza, con la scomparsa del regime siriano da sempre acerrimo nemico di Tel Aviv. Il guadagno israeliano si traduce in un forte arretramento iraniano, che ha visto duramente colpiti i suoi alleati regionali (Hamas, Hezbollah e Assad). Quindi archiviate le critiche portate da Biden a Israele e alla monarchia saudita, Trump si prepara a gestire i nuovi equilibri geopolitici in via di assestamento recuperando e rafforzando i rapporti con gli storici alleati regionali. La difficoltà principale sarà ribilanciare la presenza nell’area, tenendo presente la volontà di potenziare le capacità di contenimento nell’Indo-Pacifico senza, contemporaneamente, sguarnire eccessivamente i mari caldi mediterranei, obiettivi di rafforzamento sia russi che cinesi.

Anche nel teatro medio-orientale l’azione europea è stata pressoché evanescente. A parte qualche iniziativa abbastanza velleitaria, come l’avvio della missione Aspides, le cancellerie europee non sono state in grado di esprimere un’azione diplomatica solida e credibile. Tracciare un ipotetico scenario futuro per l’area sarebbe mera speculazione, tuttavia potrebbe essere lecito aspettarsi un’America pronta a beneficiare del supporto degli alleati, in primis Israele, per poter concentrare più risorse possibile per il mai dimenticato Pivot to Asia.

Trump traccia la rotta, l’Europa non deve perdersi

La presidenza Trump si inaugura, quindi, spregiudicata non solo nel riassetto interno del Paese ma anche nella sua proiezione estera. La competizione con la Cina sarà, con ogni probabilità, il fil rouge che detterà gran parte dell’agenda diplomatica americana. Da parte sua, l’Europa ha bisogno di ritrovare sé stessa. L’umiliazione e la collera scatenati dalla esclusione dalla prima fase dei negoziati sull’Ucraina devono essere un monito e una lezione. Gli Stati Uniti hanno definito la dottrina per i prossimi anni e il vecchio continente è stato declassato a teatro di secondaria importanza. La Nato ne esce ridimensionata con il diminuire dell’impegno profuso dall’egemone. Aumentare le spese militari non sarà sufficiente ai Paesi europei per garantirsi la sicurezza. L’Europa è a un crocevia oltre il quale è difficile scorgere un futuro roseo, i recenti sviluppi ci raccontano un vecchio continente frammentato e indeciso sul sentiero da intraprendere. Il ripiegamento americano impone una ridefinizione delle strategie securitarie, passaggio obbligato per il recupero di credibilità e potere negoziale. Posto che gli Stati Uniti non abbandoneranno il continente, sicuramente non in tempi medio-brevi, il dibattito sulla difesa comune europea si è riacceso. Tra le voci più “oltranziste” troviamo il (quasi sicuramente) neo cancelliere tedesco Friedrich Merz che, con il conteggio delle schede ancora in corso, dichiarava di voler perseguire una graduale, ma totale, indipendenza dagli americani in materia di difesa. La postura che assumerà la Germania avrà sicuramente un peso non indifferente nell’orientare il dibattito sulla questione, per quanto riguarda la nostra Italia sarà necessario trovare il giusto equilibrio tra le posizioni che verranno a formarsi, onde evitare pericolosi “isolamenti diplomatici”.

1 https://www.lastampa.it/esteri/2025/02/16/news/rutte_l_europa_lotti_per_trattare_la_pace-15005505/

2 https://www.ifw-kiel.de/publications/news/ukraine-support-after-3-years-of-war-aid-flows-remain-low-but-steady-shift-towards-weapons-procurement/

3 https://www.limesonline.com/articoli/siria-israele-libano-basi-usa-medio-oriente-kobane-kurdistan-18147068/

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