Droni padroni

Dalle prime sperimentazioni al conflitto in Ucraina, i droni stanno riscrivendo la storia militare, spostando il centro di gravità dai soldati all’intelligenza artificiale e all’industria tecnologica

Pubblicato il

droni padroni
Tempo di lettura: 10 minuti
()

Da qualche anno ormai i droni sono divenuti una componente fissa di ogni tipo di conflitto militare, coinvolgendo tutti i tre domini tradizionali di scontro: terrestre, marino e aereo.

Ancor prima di diventare la tecnologia protagonista della guerra in Ucraina, essi erano più noti all’opinione pubblica sotto la forma dei modelli aerei altamente tecnologici dell’Air Force americana, come l’MQ-9 Predator, spesso utilizzato nelle campagne antiterrorismo in Medioriente.

Questi sistemi fanno la prima comparsa tra i primi anni del Novecento e la prima guerra Mondiale, sfruttando la scoperta delle onde radio e lo sviluppo delle relative tecnologie.

Già nel 1903 l’ingegnere spagnolo Leonardo Torres Quevedo sviluppò un sistema di controllo da remoto per dirigibili chiamato Telekino, applicato solo su di un triciclo in fase di test a terra e pienamente riuscito.

Con lo scoppio della Grande Guerra il genio militare di diversi Paesi coinvolti iniziò a dar vita a vari sistemi senza pilota, tra cui i più famosi furono l’Aerial Target inglese, utilizzato solo per scopi addestrativi di tiro, ed il Ketterin Bug americano, antesignano dei moderni missili da crociera.

Anche sul piano marittimo vennero sviluppati modelli senza pilota, stavolta impiegati anche sul campo di battaglia, come il tedesco FL (Fernlenkboot), equipaggiato con 700 chili di esplosivo e che riuscì ad impattare sulla nave inglese HMS Erebus al largo di Ostenda, pur provocando solo danni leggeri.

Sul piano terrestre, invece, vi furono i modelli francesi del 1915 Torpille e Crocodile, collegati via filo all’operatore da remoto e impiegati per raggiungere le trincee nemiche per poi detonarci dentro, utilizzati poi come modello dalla Wermacht per la costruzione del derivato Goliath.

Da allora l’evoluzione ed il perfezionamento della tecnologia di questi sistemi ha innescato l’avvento di una vera e propria rivoluzione bellica, trasformando radicalmente e per sempre il concetto stesso della guerra.

Essa, dapprima centrata sull’uomo, dallo Stato Maggiore al soldato, come origine e fine del processo militare, prescinde oggi da ogni sorta di carattere demografico, assurgendo ad una dimensione esclusivamente industrial-tecnologica.

La potenza militare, infatti, si potrebbe iniziare a calcolare sempre meno su quanta popolazione sarebbe impiegabile in uno scontro, bensì sulla capacità di produzione industriale in scala e innovazione tecnologico/informatica di cui un dato Paese dispone.

Impiego operativo, competizione e ricerca

Già in questi mesi l’esercito ucraino, data la sempre maggiore carenza di personale militare da arruolare, ha iniziato a ricorrere a droni terrestri per posizionare mine, soccorrere e rifornire i soldati sul campo con viveri e munizioni e svolgere anche azioni di attacco, come avvenuto lo scorso dicembre a Lyptsi, ripresa ai russi da soli droidi comandati ed equipaggiati con mitragliatrici[1].

Un altro esempio lampante è il recente impiego di USV (Unmanned Surface Vehicle), o droni marini, nel mar Nero da parte delle forze di Kiev, le quali, senza più una marina dopo l’invasione russa del 2022, sono riuscite a mettere fuori servizio un totale di 40 navi russe, tra affondate e danneggiate, la metà esatta della flotta ivi presente[2].

Grazie, infatti, ai modelli Magura V5 e Sea Baby, o alle loro controparti sottomarine (UUV) Marichka e Toloka, i piloti dell’intelligence ucraina sono riusciti ad infliggere perdite milionarie a Mosca, la quale ha deciso di trasferire la propria flotta da Sebastopoli in Crimea alla base di Novorossisk, fuori dalla gittata, almeno per ora, di questi temibili ordigni.

Costruiti in casa per un costo medio di duecentomila dollari a unità, i droni marini di Kiev hanno danneggiato e affondato unità russe dal costo medio di 60 milioni di dollari ad unità, segnando così un rapporto di perdite economiche di circa 1 a 300, letteralmente abissale.

Senza contare poi i danni arrecati alle infrastrutture come il ponte sullo stretto di Kerch, arteria cruciale per i rifornimenti delle truppe russe, messo fuori uso e tornato pienamente funzionante solo dopo diversi mesi.

Gli USV ucraini hanno però, per ovvie necessità, costi e capacità ridotti. Solo recentemente, inoltre, gli esemplari che erano prima utilizzati come kamikaze sono stati equipaggiati con siluri sganciabili, permettendo dunque di riutilizzare la piattaforma base e abbattere così i costi.

Tecnicamente, infatti, un drone è definito tale in quanto sistema senza pilota in grado di compiere una missione e poi tornare al luogo di origine. Tuttavia, ad essi vengono sempre più spesso accomunate anche le cosiddette munizioni circuitanti, altrimenti note come “kamikaze”.

A questa categoria, per intenderci, appartengono i noti Shahed-136 iraniani, utilizzati dalla Russia per bombardare edifici e sabotare infrastrutture energetiche in Ucraina, sulla stregua di quanto fatto dagli Houthi yemeniti con i droni iraniani Qasef-2k e Samad-3, utilizzati negli attacchi contro le raffinerie saudite nel 2019 e contro le navi mercantili nel mar Rosso nel 2024, alcuni dei quali abbattuti anche dalla Marina italiana[3].

Molto diversi invece gli ultimi e assai costosi esemplari recentemente sviluppati dalle potenze industriali del pianeta, progettati per compiti di lunga durata e per impieghi non solo rivieraschi ma addirittura in grado di viaggiare nelle profonde acque oceaniche.

Tra i più noti nel campo marittimo, ad esempio, vi sono il Manta Ray della Northrop Grumman, l’Orca della Boeing/HII ed il Ghost Shark di Anduril, tutti esemplari dai costi milionari ed il cui sviluppo è stato ispirato ai barchini radiocomandati che i narcos messicani utilizzano per contrabbandare droga attraverso il golfo del Messico[4].

Infatti, a fare oggi la vera differenza nei droni militari sono alcuni attributi chiave, beneficiari dei maggiori investimenti in ricerca e sviluppo, come la propulsione autoricaricabile, materiali economici, la resistenza alla guerra elettronica e la dotazione di sistemi di intelligenza artificiale, sia per attività di ricognizione che di attacco.

In questo senso, le start-up, soprattutto americane, si stanno ritagliando uno spazio sempre maggiore, sia nella ricerca e sviluppo che nella capacità di produzione di scala, attirate anche dai cospicui margini di profitto di un settore caratterizzato da un tasso di crescita annuale (CAGR) tra il 13 e il 14% fino al 2030 e dal valore decine di miliardi di dollari[5].

La competizione, dunque, nel creare prodotti dotati di caratteristiche “game changer” è molto forte e finalizzata all’ottenimento dei cospicui appalti del Pentagono, ora che i droni hanno riaperto una finestra economica che fino a poco tempo fa è stata oligopolizzata dagli storici colossi della Difesa a stelle e strisce.

I sistemi senza pilota, inoltre, si prestano perfettamente come base d’integrazione per la scoperta informatica del decennio: l’AI. Proprio come un Frankestein, infatti, essi fungono da corpo su cui montare la mente cibernetica in grado di coordinarli e supportare l’operatore nelle attività multiruolo, forse addirittura a sostituirlo.

Ruolo dell’AI

Uno degli obbiettivi raggiungibili grazie all’AI, ad esempio, sarebbe l’abilità dei droni di operare in sciame, moltiplicandone esponenzialmente le capacità offensive e provocando una saturazione del bersaglio, dovendo esso difendersi da molteplici attacchi simultanei.

A tal proposito, le industrie militari di tutto il mondo stanno già provando ad adottare adeguate contromisure difensive. Tra esse, i sistemi laser Ironbeam di Israele, LDEW Dragon Fire del Regno Unito (sviluppato da Leonardo UK e Mbda UK), Helios degli Usa e lo Star Wars sudcoreano[6], ma anche difese a impulsi elettromagnetici, come il RFDEW sviluppato da Thales UK.[7]

L’adozione di questi sistemi è economicamente necessaria per contrastare i droni così come anche ogni altra arma balistica, dal momento che ogni attivazione del fascio di luce o di impulso costerebbe al contribuente pochi centesimi di euro, contro le migliaia/milioni di euro dei sistemi di intercettazione basati su tecnologia missilistica, considerata ormai già vetusta.

Il quadro italiano

Per ciò che concerne l’Italia, lo sviluppo e la produzione di droni ad alto valore aggiunto sono iniziati ma ancora non comprendono tutti i domini bellici ed il nostro Paese risulta ancora dipendente dall’importazione dall’estero, in particolare americana.

In Italia, infatti, sono prodotti principalmente alcuni modelli di UAV, come il Falco della Leonardo e lo Sky-Y della controllata Alenia Aermacchi, il P.1HH Hammer Head di Piaggio Aerospace, recentemente acquisita dalla turca Baykar (produttrice del famigerato UAV Bayraktar TB2) ed infine l’USV Sand della Fincantieri. Tutti attualmente disarmati e concepiti per sole missioni di ricognizione.

Per il resto, le nostre forze armate sono dotate di 5 UAV d’attacco americani MQ-9 Reaper, potenzialmente armabili, di cui uno aggiuntivo è stato perso in Libia nel 2019, abbattuto dalla contraerea dalle forze del generale Khalifa Haftar a sud di Tripoli[8].

Ad ottobre 2024, inoltre, è stato annunciato il progetto della Marina Militare italiana denominato “Sciamano Drone Carrier”, con l’obbiettivo di sviluppare la prima nave porta droni della nostra marina, alla stregua di quanto stanno facendo parallelamente anche altri Stati come Usa, Cina, Turchia, Regno Unito e Iran[9].

Quest’ultimo, ad esempio, ha già portato a compimento la prima piattaforma di questo genere, la Shahid Bahman Bagheri, ricavata da una precedente nave porta container ed equipaggiata con i moderni UAV Qaher-313, oltre ad altri droni marini[10].

In conclusione, l’avvento dei droni e dell’AI ha comportato una trasformazione del ruolo del soldato, sempre più avvicendato a una partecipazione da remoto alle vicende belliche, potenzialmente relegato a loro mero supervisore, attivatore e disattivatore.

Un “guardiano del pulsante” il cui destino potrebbe però essere in gran parte riabilitato dalle grandi potenzialità delle difese elettromagnetiche e laser menzionate, sottraendo alle macchine il dominio della guerra e restituendolo ancora una volta, purtroppo o per fortuna, nelle mani dell’uomo, suo unico vero depositario.


[1] https://www.repubblica.it/esteri/2024/12/24/news/ucraina_battaglia_solo_con_robot_lyptsi-423904771/

[2] https://www.panorama.it/news/dal-mondo/flotta-russa-affonda-mar-nero

[3] https://lospiegone.com/2021/01/06/droni-in-mano-nemica-le-milizie-houthi-in-yemen/ ; https://it.euronews.com/2024/03/12/mar-rosso-la-nave-italiana-duilio-abbatte-due-droni-houthi-crosetto-aspides-fondamentale

[4] https://news.usni.org/2024/02/13/marine-to-test-logistics-drone-inspired-by-drug-running-narco-subs

[5] https://www.marknteladvisors.com/research-library/military-drone-market.html#:~:text=The%20Global%20Military%20Drone%20Market,%2C%20i.e.%2C%202024%2D30.

[6] https://www.reuters.com/world/asia-pacific/south-korea-deploy-starwars-laser-weapons-targeting-north-korean-drones-2024-07-11/ ; https://www.startmag.it/innovazione/dragonfire-tutti-i-dettagli-sul-laser-di-mbda-leonardo-uk-qinetiq-e-dstl-che-il-regno-unito-potrebbe-mandare-a-kiev/ ; https://www.wired.it/article/israele-iron-dome-iron-beam-laser/ ; https://www.navalnews.com/naval-news/2025/02/u-s-navy-helios-laser-test-underscores-greater-advancements-in-directed-energy-weapons/

[7] https://it.insideover.com/difesa/il-laser-anti-aereo-di-thales-uk-e-pronto-solo-13-centesimi-per-abbattere-un-drone.html

[8] https://lanuovabq.it/it/un-drone-italiano-abbattuto-in-libia-imbarazzo-a-roma

[9] https://www.shipmag.it/la-marina-militare-studia-con-fincantieri-la-costruzione-di-una-nave-porta-droni/

[10] https://www.reuters.com/world/middle-east/irans-first-drone-carrier-joins-revolutionary-guards-fleet-2025-02-06/

Come valuti questo contenuto?

Valutazione media / 5. Valutazioni

Ancora nessuna valutazione. Sii il primo a esprimerti.

Articoli correlati