Demografia e immigrazione, il modello francese si è inceppato?

Per molto tempo Parigi ha coniugato stato sociale e assimilazione dei migranti proponendolo come risposta al calo delle nascite, ma recentemente qualcosa sembra non avere funzionato

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Demografia e immigrazione, il modello francese si è inceppato
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Negli ultimi anni, l’Europa si è trovata di fronte all’esplodere di numerose problematiche, dal Covid alla guerra in Ucraina fino all’immigrazione dal cosiddetto Sud globale. Tuttavia, nessuna di queste la interessa così profondamente e in maniera così omogenea come la crisi demografica, un fenomeno che attanaglia il vecchio continente erigendo una pesante ipoteca sul suo futuro. L’inverno delle nascite, come lo ha definito in più occasioni Papa Francesco, ha posto i paesi europei di fronte alla necessità di dover garantire in qualche modo la non scomparsa della propria forza lavoro, per poter fare affidamento su entrate fiscali capaci di sostenere le attività delle istituzioni statali e dei programmi da esse gestiti (come il sistema previdenziale pensionistico, la sanità pubblica, la sicurezza, la costruzione e la manutenzione di infrastrutture, l’educazione pubblica). L’Italia, con il suo drammatico tasso di natalità precipitato a 1.14 nel 2024, rappresenta uno dei fanalini di coda.

Al contrario di Roma, appena oltralpe, la vicina Francia ha rappresentato per molti anni un caso demograficamente virtuoso in Europa in affanno. Con un tasso di nascite di 1.68 figli a donna, Parigi si pone ancora oggi in una posizione di superiorità rispetto alla media di 1.5 nascituri dei Paesi dell’Unione Europea, seppur sempre sotto la soglia minima di 2 figli che costituisce il tradizionale “tasso di sostituzione” (il livello, cioè, per cui una collettività conserva il medesimo numero di componenti passando da una generazione all’altra, secondo il principio due genitori=due figli). Il successo del modello francese non è stato un banale esercizio di “conta delle culle”, bensì si è esteso a definire un intero sistema culturale generalmente caratterizzato dal connubio tra la cultura politica liberale di derivazione illuminista (di cui la Francia si è sempre fatta portabandiera) e un’apertura verso l’immigrazione extra-europea. Quasi una versione in salsa europea del modello americano, sebbene sussistano notevoli differenze tra il “melting pot” statunitense e il metodo cosiddetto assimilazionista francese. Il modello americano ha sempre percepito l’integrazione come la coesistenza di diversi background culturali che, sommati assieme, formano il panorama sociale statunitense sotto forma di un crogiolo – melting pot, appunto – di lingue e tradizioni differenti, pur sempre con una forte impronta originaria anglosassone. In tal senso, il modello in uso negli Stati Uniti è più associabile al multiculturalismo, che appunto prevede l’esistenza dentro la medesima cornice statale di culture diverse senza la prevalenza di una in particolare. In Francia invece, uno Stato-Nazione tradizionale nel senso europeo del termine, la cultura natia è pre-esistente all’immigrazione e ha sempre ricoperto un ruolo centrale nella pedagogia nazionale. Parigi ha saputo sfruttare lo slancio della Rivoluzione per poter dare al proprio retaggio culturale una sfumatura universalista che a molti altri Paesi europei non risulta possibile. Solo così si può spiegare, l’apparente contraddizione dell’assimilazionismo francese: l’intero processo è focalizzato su una egalitè che si fa bandiera e manto accogliente del nuovo arrivato, dal quale però ci si aspetta la rinuncia in toto alla propria identità etnica. Chi arriva in Francia deve “morire”, in un certo senso, alla frontiera. Al suo posto, nasce un nuovo cittadino, francese nella lingua come nei costumi e nella visione del mondo. Un’idea che ha mietuto per decenni molti sostenitori anche nei Paesi limitrofi, in forza della sua apparente capacità di saper tenere insieme due elementi decisivi per la tenuta sociale del vecchio continente: la coesione sociale interna, determinata dalla relativa omogeneità culturale, e la possibilità di poter attingere alla spinta demografica dovuta alle migrazioni. Ma, nonostante le speranze, i tassi di natalità francesi – inclusi quindi i suoi cittadini di recente immigrazione e di seconda o terza generazione – hanno continuato a declinare in maniera preoccupante. Nel 2023 i nati entro i confini francesi sono stati 678.000, un calo del 20% rispetto ai livelli di nascite del 2010. Per meglio inquadrare questi dati, si consideri che tale diminuzione ha riportato la Francia su livelli demografici non visti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a oggi, quando il paese fu soggetto a distruzioni su larga scala. Un crollo drammatico, che sembra sostanziare le critiche al modello assimilazionista come risposta alla crisi sociale innescata dalla de-industrializzazione e destinata a peggiorare sotto i colpi dell’inverno demografico europeo. La destra – francese e non – da tempo argomenta in tal senso la sua battaglia per controlli di frontiera più severi. A suo dire, l’immigrazione non produrrebbe quell’inversione demografica sperata lasciando semmai il paese con lo stesso vecchio problema aggravato da una nuova caratteristica: i francesi sarebbero sempre di meno e, di quei pochi che nascono, almeno una parte non si (auto)considererebbero tali, a causa di un processo di integrazione fallimentare o dell’esplicito rigetto della cultura del paese ospite. Il quadro in realtà resta complesso. Il tasso di 1.68 figli per donna mantenuto da Parigi resta uno dei migliori dell’Unione Europea, la cui media si attesta attorno all’1.5, senza contare che in parallelo al calo delle nascite la popolazione complessiva francese è comunque cresciuta, spinta soprattutto dall’allungamento dell’aspettativa di vita dei francesi e dai nuovi ingressi migratori. Tuttavia, è evidente che le criticità del sistema-Paese francese non possono essere semplicemente risolte sostituendo sul lungo periodo i certificati di nascita con i permessi di soggiorno. Nel 2010 il tasso di nascite per donna era 2.01. Il calo della natalità appare evidente e sembra contagiare anche la popolazione di origine straniera. La questione appare direttamente collegata alla crescente insostenibilità del generoso stato sociale francese, che ha portato l’amministrazione guidata dal Presidente Emmanuel Macron a operare scelte drastiche sulle pensioni e i piani di assistenza per i disoccupati e gli anziani.

La Francia all’apparenza potrebbe dunque sembrare meglio posizionata sulla questione demografica rispetto ad altre nazioni con tassi di nascite inferiori, come l’Italia. Tuttavia, a ben vedere, Parigi si trova bloccata in un dilemma dalla difficile soluzione: le nascite calano e l’immigrazione non riesce a colmarne il gap; le entrate e la crescita diminuiscono di conseguenza rendendo instabile l’assistenza pubblica, senza la quale tuttavia cala irrimediabilmente la già flebile propensione di molti francesi a mettere su famiglia, a causa del peggioramento delle condizioni economiche. Dal 2010 a oggi l’Italia ha visto il suo tasso di natalità calare da 1.33 a 1.14 (-0.19), laddove invece quello francese è passato da 2.01 a 1.68 (-0.33), un calo dunque più marcato rispetto al caso italiano e questo nonostante l’iniezione di cittadini di origine migratoria con tassi di natalità generalmente più alti e condizioni economiche migliori – in primis, l’assistenza sociale – rispetto al Belpaese. Mentre Parigi si è a lungo cullata nell’idea di aver trovato una quadra alla questione demografica, il trend declinante e il peggioramento delle condizioni sociali del paese sollevano la questione se in realtà la Francia non sia semplicemente riuscita a ritardare il problema. La strategia parigina di ovviare al declino demografico puntando sull’integrazione delle nuove generazioni di immigrati, attirati grazie al soft power culturale ereditato dall’ex impero coloniale francese (in particolare, la conoscenza della lingua rappresenta tutt’oggi un elemento centrale nella scelta del paese di emigrazione) e alla promessa di un miglior tenore di vita sostenuto da un generoso stato sociale, sembra dunque aver soltanto agito come palliativo, ritardando ma non risolvendo il problema. E affiancandolo con altre criticità, specialmente sul piano della convivenza etnica. La Francia ha superato sì il periodo più buio della crisi dell’Eurozona (2010-2015) senza imporre una strategia d’austerità paragonabile a quelle patite da altri Paesi come l’Italia, la cui scarsa natalità è stata uno dei fattori che hanno contribuito al taglio della spesa sociale a causa della prospettiva di insostenibilità dovuta anche alle basse nascite. Tuttavia, a dieci anni di distanza, anche Parigi è entrata comunque in una fase fiscale emergenziale, avviando una massiccia ristrutturazione della spesa pubblica inaugurata con la controversa riforma delle pensioni. Svolta che ha fatto precipitare la Francia in un’acuta crisi sociale e politica, a cui si affianca il cortocircuito dei rapporti interetnici, come dimostrato dalle violente proteste divampate dopo l’uccisione da parte della polizia del giovane Nahel Merzouk nell’estate 2023 o le spaccature all’interno della società francese sulla percezione del conflitto in corso a Gaza. In prospettiva, la questione demografica racchiude senza dubbio in sé il futuro della società europea. Nel dibattito che anima la ricerca di una risposta a questa crisi, al momento non sembrano emergere prospettive più solide di altre, se non quella di una critica di fondo al modello economico e sociale incarnato dallo status quo. Panorama di cui però anche il “sistema Francia” non si è rivelato esente, rappresentando alfine uno dei molti modelli del recente passato basati sull’illusione di poter rimpiazzare la questione della natalità con alternative che non affrontassero pienamente il tema dell’inverno demografico.

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