Demografia e cittadinanza: come ripensare l’Italia

Il Belpaese affronta un declino demografico senza precedenti: natalità ai minimi, emigrazione giovanile e una cittadinanza da ripensare

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Il nostro Paese affronta una crisi demografica senza precedenti. Le proiezioni indicano che la popolazione residente, pari a 59,6 milioni al 1° gennaio 2020, potrebbe diminuire a 54,1 milioni nel 2050 e a 47,6 milioni nel 2070. Per la prima volta dai tempi dell’Unità il tasso di natalità è sceso sotto quota 400.000 nascite[1], mentre aumenta la senilizzazione della popolazione con gli over 65 a rappresentarne una fetta del 23%[2]. Le previsioni sono allarmanti, entro il 2050 gli anziani saranno il 34% della popolazione: il triplo dei giovani[3]. Nel mentre la popolazione attiva lavorativamente diminuirà, passando dal 63 al 53% del totale. Dal 2014 il saldo naturale nascite decessi è – novità assoluta per l’Italia – di segno negativo: le morti superano le nascite, e l’apporto dell’immigrazione non è sufficiente a invertire la tendenza[4]. Con 1,20 figli per donna il tasso di fecondità nazionale per il 2023 si attesta sui livelli più bassi di Europa. Pur in un contesto di sofferenza demografica che riguarda il continente, la Francia registra nascite doppie rispetto all’Italia, la Svezia, attraverso l’adozione di politiche pubbliche lungimiranti mantiene un saldo naturale positivo[5]. Oltre ad essere diventati terra di immigrazione, siamo rimasti terra di emigrazione, spesso qualificata: in nessuno stato europeo vi è una emorragia di giovani (tra cui una buona metà di laureati) verso l’estero lontanamente paragonabile a quella italiana[6]. Per amor di sintesi: una combinazione di fattori sociali, economici e culturali, oltre all’assenza di politiche di incentivo alla natalità strutturalmente adeguate; mettono per quanto riguarda la demografia la carrozza Italia agli ultimi posti del treno vecchia Europa.

È evidente come queste cifre rappresentino un potente vincolo interno che, capovolgendo la piramide sociale, mette a rischio la sostenibilità del sistema Italia. La produzione diminuisce e la diminuzione della popolazione attiva compromette la sostenibilità del sistema pensionistico e sanitario. La sostenibilità del debito pubblico rispetto al pil è compromessa.

Simili scenari comportano una perdita di competitività globale: un Paese con una popolazione declinante perde in tenuta e produttività; non riesce ad innovare, ma soprattutto non è in grado di mantenere una posizione di primo piano nel consesso internazionale.

Piccola nota metodologica: tra tutti i fattori da prendere in considerazione in una analisi geopolitica, la demografia è quello meno soggetto alle brusche variazioni delle contingenze storiche, elemento difficilmente alterabile nel volgere di poco tempo; gli auspicabili e necessari investimenti strutturali sulla natalità non daranno risultati tangibili prima di almeno 20 anni. E qui si apre un altro tema su cui il nostro Paese è altrettanto indietro, ovvero intelligenti politiche migratorie che non si limitino alla gestione della emergenza e della prima accoglienza dei migranti che sbarcano sulle nostre coste. Da questo punto di vista solo nel 2023 si è innalzata la quota ai flussi di ingresso legali attraverso il Decreto Flussi che il governo ha eseguito sotto la pressione delle categorie produttive che ogni giorno lamentavano la difficoltà a reperire la manodopera e le figure professionali di cui hanno necessità[7]. Ed ecco esplicitato uno dei primi effetti sul mondo produttivo della radicale transizione demografica in atto.

Nell’attuale situazione l’immigrazione rappresenta una risorsa potenziale, ma solo a patto che si superi l’approccio emergenziale per adottare una visione strutturata e lungimirante.

Nei prossimi paragrafi, analizzeremo come l’Italia si sia trasformata, nel corso della sua storia, da terra di emigrazione a Paese di immigrazione. Approfondiremo il modo in cui i flussi migratori in entrata ed uscita hanno plasmato la società e come l’evoluzione del concetto di cittadinanza sia centrale per rispondere alle sfide attuali. Infine, rifletteremo sui modi migliori per inserire i nuovi venuti in una cornice operativa e valoriale alla altezza della situazione, cercando di riflettere sulle politiche necessarie a fare dell’immigrazione non solo un fattore di compensazione, ma un pilastro di una strategia di crescita inclusiva per il futuro del Paese.

I flussi migratori: una breve storia italiana

Per meglio inquadrare la fase attuale, dominata da una contrazione senza precedenti della popolazione e dalla conseguente pressione sul sistema produttivo, pensionistico e sanitario, è necessario fare un passo indietro. L’Italia, oggi Paese di arrivo per molti migranti, è stata per lungo tempo terra di partenza. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, un Paese all’epoca ancora fortemente agricolo e con limitate opportunità di sviluppo industriale ha conosciuto un’emigrazione di massa verso le Americhe e l’Europa settentrionale. Nel periodo 1869-1915 ad esempio, 14.901.713 italiani lasciarono la Penisola in cerca di migliori condizioni economiche e sociali[8]. Dopo un calo dovuto al primo conflitto mondiale tale tendenza subì un picco ulteriore con il record di 614.611 partenze nel solo anno 1920.

Questi flussi di emigrazione, in larga parte composti da contadini, braccianti e manodopera non qualificata, posero le basi per la costruzione di numerose comunità italiane all’estero, ancora oggi attive e connesse al Paese d’origine[9]. Il rovescio della medaglia ovviamente, fu l’impoverimento di capitale umano nella madrepatria[10]. Nel secondo dopoguerra, l’emorragia di lavoratori all’estero continuò, seppur con intensità minore, parallelamente a consistenti migrazioni interne dal Sud verso il Nord. Questo spostamento interno, favorito dal boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, permise al Nord di sviluppare distretti industriali competitivi, ma lasciò vaste aree del Mezzogiorno prive di risorse umane qualificate, approfondendo squilibri territoriali di lungo periodo[11].

A partire dagli anni Ottanta, si è innescato un cambiamento epocale: l’Italia ha iniziato a ricevere flussi migratori dall’estero, passando gradualmente da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione[12]. L’arrivo di lavoratori dal Nord Africa, dall’Est Europa, dall’America Latina e dall’Asia ha trovato un’Italia impreparata ad assumere il ruolo di destinazione. Mentre altri Paesi europei, già rodati dal confronto con la pluralità culturale e forti di strumenti legislativi e politiche d’integrazione consolidate, gestivano flussi in entrata come un’opportunità, in Italia si è faticato a vedere nei nuovi arrivi un potenziale fattore di sviluppo. Anziché inserirli in un disegno strategico di medio-lungo periodo[13], il Paese ha mantenuto per decenni un approccio emergenziale, limitandosi a regolamentazioni parziali e interventi frammentari.

Si colloca qui il nesso con la crisi demografica odierna. L’Italia, divenuta uno dei Paesi più anziani d’Europa, affetto inoltre come evidenziato nella prima parte da una emorragia di giovani laureati che vede nella emigrazione la unica possibilità di ascensore sociale; necessita urgentemente di apporti esterni di capitale umano per sostenere il proprio tessuto produttivo e mantenere una presenza rilevante nel consesso internazionale, ma il modello migratorio adottato appare ancora incerto e poco lungimirante. La stessa tradizione di ancoraggio allo ius sanguinis – un retaggio del passato emigratorio e della necessità di mantenere legami con i discendenti italiani all’estero – risulta poco aderente alla nuova realtà.

Questo quadro storico evidenzia l’importanza di affrontare i flussi migratori in chiave prospettica. L’Italia non può più limitarsi a considerare gli arrivi dall’estero come una variabile di disturbo o un’emergenza temporanea, bensì come una componente essenziale del suo futuro demografico, economico e geopolitico. Il passaggio dalla condizione di “terra di partenza” a “terra di arrivo” richiede dunque un ripensamento strutturale del concetto di cittadinanza, come vedremo nella prossima sezione.

L’evoluzione del concetto di cittadinanza in Italia

L’attuale assetto legislativo sulla cittadinanza italiana trova le sue radici storiche nel principio dello ius sanguinis, eredità di un’epoca in cui il Paese era prevalentemente esportatore di manodopera, al fine di mantenere un legame giuridico con i propri cittadini emigrati all’estero e i loro discendenti. Tale impostazione, formalizzata nella Legge n. 91/1992[14], ha contribuito a definire un concetto statico di cittadinanza, fondato sull’origine etnica.

Negli ultimi tempi i numerosi cambiamenti intervenuti nei contesti demografico e migratorio hanno reso manifesti i limiti oggettivi di questo approccio alla cittadinanza. Il Paese è infatti divenuto meta di immigrazione, con acquisizioni di cittadinanza che hanno superato le 200.000 unità annue negli ultimi 2 anni[15]. Tuttavia, l’ottenimento della cittadinanza resta un processo complesso e lungo, spesso slegato dall’effettivo radicamento dei nuovi venuti nella società, dato che i minori stranieri cresciuti in Italia non acquisiscono automaticamente la cittadinanza al compimento della maggiore età.

Proposte di riforma – come lo ius culturae o lo ius soli temperato (lo ius soli temperato concede la cittadinanza ai nati in Italia da genitori con permesso di soggiorno di lungo periodo, lo ius culturae si basa invece sull’istruzione, riconoscendo la cittadinanza ai minori stranieri che completano almeno un ciclo scolastico in Italia o cinque anni di formazione continuativa ndr) mirano a riconoscere la cittadinanza a chi è nato o cresciuto stabilmente in Italia, sottolineando il fattore educativo e sociale. La necessità di un cambiamento è stata più volte segnalata in analisi comparate, come quelle del Migrant Integration Policy Index, dove l’Italia ottiene punteggi relativamente bassi nelle politiche di inclusione civica[16]. Nonostante i dibattiti parlamentari degli ultimi anni, queste riforme non hanno ancora trovato una sintesi politica, riflettendo resistenze culturali e timori identitari comuni alle società che affrontano simili cambiamenti.

Ma in un momento in cui il Paese affronta un simile crollo demografico, necessitando quindi per la sua stabilità e sopravvivenza di nuovi apporti di capitale umano, rivedere i criteri di assegnazione della cittadinanza diventa cruciale. Passare da un’idea di cittadinanza “di sangue” a una cittadinanza “di fatto” significherebbe non solo adeguarsi alle esigenze attuali, ma soprattutto dotarsi di uno strumento strategico per il futuro.

I flussi migratori soluzione al problema demografico?

La diminuzione della popolazione lavorativamente attiva in Italia rende l’immigrazione una risorsa potenziale per compensare almeno in parte il calo demografico e riequilibrare la sostenibilità del nostro sistema. I lavoratori stranieri contribuiscono infatti in misura significativa all’equilibrio tra domanda e offerta di lavoro[17]. Gli ingressi di cittadini non comunitari possono inoltre aiutare a stabilizzare la popolazione in età lavorativa, attenuando la pressione sui sistemi previdenziali[18]

Tuttavia, l’Italia fatica a trattenere i nuovi arrivati, spesso percepiti come manodopera temporanea anziché come risorsa stabile. In assenza di strumenti efficaci per l’integrazione – dall’accesso facilitato alla formazione professionale, alla semplificazione delle procedure per il permesso di soggiorno, fino a norme più inclusive sulla cittadinanza – molti immigrati considerano l’Italia un punto di transito[19]. Conseguentemente, il Paese non riesce a sfruttare appieno il potenziale demografico ed economico di chi arriva, perdendo così un’occasione per rinnovare il proprio tessuto produttivo.

In prospettiva, un approccio strategico e lungimirante all’immigrazione potrebbe diventare un asse portante per contenere il declino demografico: politiche di ingresso selettive e programmi di inserimento strutturati permetterebbero di attrarre non solo forza lavoro generica, ma anche figure qualificate, sostenendo la competitività del sistema-Paese.

In teoria quindi, l’immigrazione potrebbe contribuire a compensare i vuoti demografici riequilibrando la piramide sociale. Tuttavia, i modelli di integrazione multiculturale sperimentati da alcuni Paesi europei (si considerino le difficoltà di coesione in aree urbane del Belgio[20] o le tensioni in Svezia[21]) non hanno garantito stabilità interna. La cronaca ci mostra quindi come l’integrazione, intesa come semplice affiancamento di comunità culturali differenti, spesso non scongiura la formazione di enclavi identitarie che generano frammentazione sociale. In un contesto di cambiamento e transizione epocale come quello attuale, in cui si discute di cambiamenti importanti come il 2 per cento del Pil per la Difesa, di una maggiore compenetrazione della Difesa europea e di una maggiore assertività della Ue, nonché di un nuovo ruolo e di una riforma complessiva della Nato, ogni compagine statale affronta questioni che avranno effetti importanti sulla vita delle persone. In questo contesto di grande cambiamento e difficoltà un Paese non può permettersi il lusso di una società con livelli alti di incoesione. Ciò implica che la risorsa demografica offerta dai flussi migratori diventi non solo un riempitivo numerico, ma una forza coesa attorno a valori condivisi. In tale contesto, l’Italia non può limitarsi a importare forza lavoro senza delineare un quadro di riferimento valoriale solido e condiviso. L’assimilazione – intesa come adesione a principi fondativi, a un impianto costituzionale e a un’identità culturale consolidata – diventa uno strumento strategico. Non si tratta di chiudere le porte, bensì di stabilire regole e percorsi chiari: chi arriva deve accettare i valori che storicamente hanno forgiato la comunità nazionale, facendoli propri. In cambio, lo Stato deve fornire percorsi formativi, meccanismi di riconoscimento delle qualifiche e assistenza concreta[22] per favorire questa assimilazione, creando così cittadini coesi e motivati a sostenere la collettività.

In definitiva, l’immigrazione potrà contribuire a contrastare il declino demografico solo se accompagnata da un modello assimilatorio che garantisca coesione interna e stabilità. Senza una comunità coesa intorno a valori non negoziabili, il potenziale dei nuovi arrivati resterà inespresso o sarà deviato, e l’Italia perderà un’occasione storica per rilanciarsi come attore geopolitico solido e credibile in un mondo sempre più incerto.

Assimilare: l’esempio di Roma

Per un Paese con una storia plurimillenaria e valori storicamente sedimentati come l’Italia, un modello assimilatorio potrebbe rappresentare la migliore risposta a queste istanze. Ma attenzione, qui non si parla di un ritorno a visioni etnocentriche o biologiche: il principio dello ius sanguinis, in vigore oggi, è di fatto un anacronismo rispetto alle soluzioni adottate dall’antica Roma, che permetteva l’accesso alla cittadinanza indipendentemente dalle origini etniche o territoriali. L’assimilazione di chi giunge dall’esterno significa proporre un set di valori fondanti e non negoziabili, incarnati nella Costituzione e nel retaggio culturale nazionale, a cui il nuovo arrivato deve aderire. Ciò non esclude la conservazione di tradizioni provenienti dal Paese d’origine[23], finché non si contrappongono ai principi condivisi dello Stato, ma implica che la cittadinanza non è una concessione automatica, bensì un traguardo da raggiungere attraverso il riconoscimento, l’accettazione e l’interiorizzazione dei valori della comunità ospitante.

Questo approccio, che potremmo definire assimilatorio, trova un precedente storico nell’esperienza romana. L’identità romana non dipendeva dalla discendenza biologica, ma dall’adesione a determinati valori e a un determinato ordine giuridico. Analogamente, oggi l’Italia può tornare a essere uno spazio di incontro tra diversità, ma sotto l’ombrello di una identità civica forte e condivisa. Il messaggio è chiaro: la cittadinanza non è in vendita, non è merce di scambio politico, bensì il riconoscimento di un legame sostanziale con il Paese e la sua storia. Chi sceglie l’Italia deve farlo coscientemente, accettando i valori che essa rappresenta, diventandone parte attiva, e contribuendo a una società coesa, in grado di affrontare con determinazione i mutamenti geopolitici e le sfide economiche del futuro.

In un contesto in cui le prossime generazioni dovranno confrontarsi con prospettive meno favorevoli di quelle dei loro padri, la stabilità interna diventa un asset geopolitico primario. L’assimilazione, intesa come adesione ai valori fondativi, non solo rinsalda il tessuto sociale, ma offre anche un modello di crescita in cui nessuna identità comunitaria viene imposta, ma tutti accettano un nucleo comune di principi. Così l’Italia può recuperare la propria tradizione e, allo stesso tempo, proiettarsi in uno scenario internazionale complesso con una nuova forza coesiva.

La risposta a questa sfida non è nuova: duemila anni fa Roma aveva già affrontato il problema di integrare popolazioni diverse in un unico corpo civico, basandosi non sul sangue, ma sulla condivisione di principi, norme e valori[24]. A Roma eri cittadino indipendentemente da dove venivi. Il sistema romano di assimilazione consentiva a individui non originari della Penisola di accedere a posizioni di rilievo, purché accettassero l’ordine giuridico e culturale romano. L’identità romana non era etnica, ma civile, valoriale ed eccentrica.

Riprendere oggi questo approccio significa superare l’idea di integrazione come compromesso tra culture diverse, sostituendola con un modello in cui i nuovi arrivati aderiscano a un nucleo identitario non negoziabile. L’Italia, con una storia millenaria e una Costituzione ricca di valori fondanti[25], può proporre una piattaforma chiara: chi viene accolto diviene parte di una comunità con una forte identità civica. Le tradizioni d’origine non vengono azzerate, ma non possono entrare in conflitto con i valori condivisi dalla società ospitante.

Questo modello assimilatorio non è un arretramento, bensì un avanzamento. Abbandonando finalmente lo ius sanguinis, sistema anacronistico perché fondato su legami biologici, l’Italia recupererebbe uno schema di cittadinanza per adesione ai valori, più avanzato anche rispetto al proprio passato recente. L’acquisizione della cittadinanza non sarebbe un atto formale o frutto di semplice permanenza, ma il traguardo di un percorso di adesione cosciente. Questo renderebbe la società italiana più solida, ridurrebbe le linee di frattura e rinforzerebbe la capacità del Paese di giocare un ruolo attivo e coeso nella complessa arena geopolitica che si sta delineando.


[1] https://www.istat.it/comunicato-stampa/natalita-e-fecondita-della-popolazione-residente-anno-2023

[2] https://www.istat.it/it/files/2021/11/REPORT-PREVISIONI-DEMOGRAFICHE.pdf

[3] https://demografica.adnkronos.com/popolazione/rapporto-istat-nel-2050-piu-di-un-italiano-su-tre-avra-almeno-65-anni/

[4] https://www.istat.it/it/files/2015/06/Bilanciodemografico.pdf?title=Bilancio+demografico+nazionale+-+15%2Fgiu%2F2015+-+Testo+integrale.pdf&utm_

[5] https://www.ansa.it/ansa2030/notizie/asvis/2024/10/04/la-natalita-puo-aumentare-ma-richiede-politiche-impegnative-sul-modello-di-francia-e-svezia_1c9af01f-b010-4b7e-8d84-0bf5984191ab.html?

[6] https://www.orizzontescuola.it/rapporto-censis-2023-giovani-in-fuga-oltre-36mila-tra-i-18-34-anni-allestero-il-457-e-laureato/

[7] https://www.lavoro.gov.it/notizie/pagine/flussi-pubblicato-il-decreto-per-ingresso-dei-lavoratori-stranieri-in-italia?utm_

[8]https://seriestoriche.istat.it/index.php?id=1&no_cache=1&tx_usercento_centofe%5Bcategoria%5D=2&tx_usercento_centofe%5Baction%5D=show&tx_usercento_centofe%5Bcontroller%5D=Categoria&cHash=5dc94093f50e10c9e55a034d4c6ba123

[9] https://www.migrantes.it/rapporto-italiani-nel-mondo-2024-litalia-delle-migrazioni-plurime-che-cercano-cittadinanza-attiva/

[10] https://www.iza.org/publications/dp/938/italian-migration

[11] https://www.treccani.it/enciclopedia/migrazioni-internazionali-e-migrazioni-interne_(L’Italia-e-le-sue-Regioni)/

[12] https://www.migrationpolicy.org/article/emigration-asylum-destination-italy-navigates-shifting-migration-tides?

[13] https://www.mipex.eu/italy

[14] https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1992-02-05;91

[15] https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/10/REPORT-CITTADINI-NON-COMUNITARI_Anno-2023.pdf

[16] https://www.mipex.eu/italy

[17] https://www.avvenire.it/economia/pagine/stranieri-fondamentali-per-il-lavoro

[18] https://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2023/10/17/news/migrazioni-418029999/

[19] https://www.woolf.cam.ac.uk/blog/transitanti-migrants-and-paradoxical-statehood-in-italy

[20] https://www.el-ghibli.org/i-giovani-immigrati-di-terza-generazione-in-belgio-identita-perdute-e-frantumate-studio-del-caso-del-quartiere-borgerhout-ad-anversa/?

[21] https://it.insideover.com/politica/svezia-addio-allintegrazione-caro-immigrato-ti-do-30-mila-euro-pero-vattene.html

[22] https://www.limesonline.com/rivista/manifesto-della-immigrazione-possibile-15314919/

[23] https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000219768

[24] https://www.unitaeuropea.it/sito/index.php/4904-ma-gia-gli-antichi-romani-crearono-convivenza-e-cittadinanza-inclusiva

[25] https://www.senato.it/sites/default/files/media-documents/Costituzione.pdf

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