L’America di Trump tra Pechino e l’Indo-Pacifico

Il ritorno di Donald Trump rafforza la definizione della Cina come avversario strategico principale degli Stati Uniti, tra continuità e innovazione. Al nuovo presidente il compito di affrontare le criticità industriali di Washington e di definire un nuovo corso nella regione per l’impero americano in crisi

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Geopolitica

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L’America di Trump tra Pechino e l’Indo-Pacifico
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Durante il suo discorso d’insediamento, lo scorso 20 gennaio, il neo-eletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è concentrato largamente su tematiche domestiche e sul rilanciare la sua narrativa incentrata sul riscatto della potenza americana, evitando così riferimenti troppo diretti alla politica estera. Ma l’assenza della Cina – citata solo indirettamente in relazione alla questione del possesso del canale di Panama – è risultata cospicua, considerando non solo la centralità dei rapporti sino-americani nella crescente competizione tra potenze, ma anche la forte retorica anti-cinese che ha sempre caratterizzato la candidatura di Trump. Per non parlare delle grandi questioni in sospeso alimentate dallo stesso tycoon, dai dazi al futuro del popolare social network cinese TikTok.

Tra continuità e aperture, l’amministrazione Trump prosegue il contenimento di Pechino

Sebbene nelle settimane successive l’amministrazione Trump abbia intrapreso dei passi su tali argomenti, imponendo un dazio del 10% su determinate importazioni cinesi e sospendendo il divieto contro TikTok, i rapporti tra Washington e Pechino rimangono ancora da definire. Non nella sostanza, dove ormai la rivalità geopolitica tra i due attori è consolidata, ma nei modi con cui a questa competizione si vorrà dare forma nei prossimi anni. Su tale aspetto in realtà l’impero americano, al di là della consueta cortina fumogena rappresentata dalla retorica politica, dimostra una continuità evidente. L’ha ben delineata, la settimana precedente il giuramento di Trump, il suo consigliere per la sicurezza nazionale in pectore, Mike Waltz, scelto proprio per la sua linea dura contro Pechino. In un intervento all’U.S. Institute of Peace (USIP)[1], l’ex deputato della Florida non ha esitato a definire la Cina «il nostro più grande avversario». Simbolo plastico della continuità era la presenza sul palco, accanto a Waltz, di Jake Sullivan, il suo predecessore come Consigliere per la sicurezza nazionale nell’amministrazione uscente di Joe Biden. In particolare, Waltz ha citato i casi AUKUS e Quad come esempi su cui la seconda amministrazione Trump intende proseguire sulla strada tracciata. L’accordo AUKUS (Australia-United Kingdom-United States), siglato nel 2021, rappresenta un’intesa trilaterale tra Washington, Londra e Canberra nel campo della cooperazione militare, con l’intento di rafforzare le difese regionali in funzione anti-cinese. L’accordo include, tra le altre cose, la fornitura di sottomarini nucleari alla marina australiana. Il Quad (Quadrilateral Security Dialogue) invece è un format di dialogo – lanciato dalla prima amministrazione Trump – su tematiche di sicurezza comuni tra Stati Uniti, Giappone, Australia e India. Pur non rappresentando un’alleanza o un accordo vincolante, esso costituisce un elemento di cooperazione strategica rafforzata tra i quattro Paesi citati, nell’ottica di un rinnovato impegno di contenimento dell’influenza cinese nell’Indo-Pacifico. Nella continuità, tuttavia, Trump ha lasciato intendere di essere aperto al compromesso. Immediatamente dopo aver giurato come presidente, il tycoon ha dichiarato di apprezzare molto il suo omologo cinese, Xi Jinping, e di avere intenzione di «andare d’accordo» con la Cina. Alla base di questo approccio ci sarebbe la convinzione di poter piegare la Cina ai propri interessi facendo leva sull’interdipendenza economica. «Possiamo evitare lo scontro con il Partito Comunista cinese perché loro hanno bisogno dei nostri mercati» ha affermato sempre Waltz. Ma, se quanto detto contiene elementi validi, è anche vero che l’interscambio commerciale rappresenta un’arma a doppio taglio. L’economia statunitense dipende infatti da quella cinese almeno quanto quest’ultima ha bisogno dei consumatori americani. Ne è ben consapevole, seppur per proprio interesse, quella parte della grande imprenditoria statunitense che ha dato il proprio sostegno a Trump durante l’ultima campagna elettorale. Lo stesso Elon Musk conta su un rapporto personale con Xi Jinping che negli anni scorsi gli ha permesso di aprire le fabbriche Tesla in Cina grazie a un programma di sostegno del governo di Pechino che ha pochi eguali, nel caso delle aziende straniere, in un mercato rigidamente monitorato dallo Stato come quello cinese. Ma le aperture di Trump non rimuovono l’elemento di base: Stati Uniti e Cina sono avviati verso un confronto sempre più serrato. L’Indo-Pacifico sarà il campo principale, seppur non l’unico, di questa sfida per l’egemonia. La classe dirigente dei due Paesi, nel suo complesso, ne è consapevole e ha accettato questa prospettiva. Qualunque suggestione di una distensione strategica, ispirata al concetto di un ipotetico G2 tra Washington e Pechino e su un “great bargain” – cioè di un eventuale intesa tra le due superpotenze che delimiti le rispettive sfere d’interesse e chiarisca il loro rapporto strategico – è destinata a rimanere delusa. Così come l’amministrazione Biden ha conservato la postura ostile nei confronti dell’influenza cinese instaurata da Trump, allo stesso modo quest’ultimo è stato rieletto alla presidenza proprio sulla base dell’assunto che il suo successore (e ora anche predecessore) democratico non stesse facendo a sufficienza per rilanciare un impero americano in crisi, all’interno e all’estero. I preparativi militari americani e cinesi rendono evidente come Washington e Pechino si considerino due avversari in rotta di collisione, una concezione che ha già contribuito a rimodellare la propria strategia nazionale, dalla politica estera a quella industriale e culturale. In questo contesto, le aperture di Trump – oltre a rappresentare manovre politiche con cui soddisfare le proprie promesse elettorali – sembrano rappresentare più un modo per guadagnare tempo. Spostando la competizione sul piano commerciale e delegandola a lunghe trattative sui reciproci protezionismi economici, Washington rimanda la contrapposizione militare e mantiene un canale aperto con la Repubblica Popolare pur continuando a mostrare una postura difensiva della propria economia (che però si rivela più aggressiva contro gli alleati, come Danimarca, Canada e Messico, che non contro i cinesi).

Washington si prepara allo scontro, ma l’ambiguità dovrà essere sciolta

La ragione dell’ambivalenza non è semplicemente frutto della retorica trumpiana, bensì ha ragioni strettamente strutturali, dal momento che gli Stati Uniti arrivano impreparati sotto molti aspetti a un eventuale scontro con la Cina. È un’impreparazione che senza dubbio riguarda le proprie catene industriali di approvvigionamento, i cui limiti sono stati squadernati dalla grande richiesta di munizioni che il conflitto in Ucraina e in Medio Oriente hanno imposto al complesso militare-industriale statunitense per sostenere i propri alleati regionali. Ma le lacune diventano ancora più dirompenti quando si guarda al settore cantieristico, elemento fondamentale per sostenere adeguatamente uno scontro navale nel Pacifico. Nel 1975 gli Stati Uniti erano il più grande produttore di navi del mondo, oggi tuttavia non producono che l’1% circa dell’intera produzione navale mondiale. Il rapporto con la Cina è impietoso: secondo il deputato Raja Krishnamoorthi, membro della commissione speciale della Camera dei rappresentanti sull’intelligence e della commissione d’inchiesta straordinaria sulla competizione con la Cina, per ogni nave portacontainer varata negli Stati Uniti i cantieri navali cinesi ne produrrebbero 359[2]. Nel 2024 il Segretario della Marina americano, Carlos Del Toro, sottolineò come uno solo dei circa 13 mega-cantieri navali cinesi avesse più capacità di varo di tutti i cantieri navali statunitensi messi assieme. Lo stato del settore cantieristico americano richiederà quello che Sullivan ha definito uno «sforzo generazionale» per poter recuperare terreno sul competitor cinese[3]. Uno scenario che riguarda anche l’Italia, data la presenza preminente di attori come Fincantieri nel panorama cantieristico americano[4]. Su queste cose si giocherà effettivamente il futuro della competizione sino-americana, molto più che sui dazi tra le due economie o sulla regolamentazione della partecipazione di soggetti stranieri alla competizione interna.  Anche la tecnologia rimane un fronte aperto. L’amministrazione Trump, anche per il carattere del personaggio, si è mossa lanciando il progetto Stargate, una joint venture guidata dai giganti del campo dell’intelligenza artificiale OpenAI e Oracle, per creare infrastrutture informatiche e ricerca AI all’avanguardia e interamente americana. Il piano, che in realtà era stato approntato dalla precedente amministrazione guidata da Joe Biden, con la quale Trump si è mosso in sostanziale continuità, prevede di raccogliere almeno 500 miliardi di dollari. Anche se il tema risulta centrale di fronte alla sfida cinese sull’high tech, Washington deve comprendere di dover rispondere sul piano industriale tanto su quello tecnologico. Il programma nucleare durante la Seconda guerra mondiale, per esempio, fu un innegabile simbolo del proprio potenziale tecno-militare e umano e della sua affermazione sui propri avversari, ma quel mezzo non fu un effettivo strumento di vittoria. Fu invece lo sviluppo di una capacità industriale la cui combinazione tra potenziale produttivo, quantitativo e rapporto costo-qualità non aveva eguali al mondo a coronare il successo dell’esperimento americano. In altre parole, si può dire che la Jeep abbia vinto quello scontro molto più che Little Boy[5]. Su questo aspetto, l’impero americano ha perso terreno, come hanno dimostrato i limiti della catena di approvvigionamento militare occidentale – soprattutto a livello di munizioni – durante il conflitto in Ucraina. Avere, per così dire, le “spalle larghe” dal punto di vista industriale sarà fondamentale per Washington per poter attuare quello che rimarrà il suo primo imperativo, a prescindere da chi guiderà la Casa Bianca, cioè l’attuazione del contenimento anti-cinese.  Su questo piano, come citato, l’amministrazione Biden e la prima amministrazione Trump hanno impostato basi che dovranno essere adeguatamente sviluppate. Mentre il nuovo presidente degli Stati Uniti è stato eletto anche in forza di un desiderio di riconfigurare il ruolo dell’impero americano nel mondo in un’ottica meno impegnativa, è plausibile che l’Asia-Pacifico sarà una delle regioni meno toccate da questo ridispiegamento statunitense, a causa del suo ruolo prioritario come primo campo di competizione con Pechino. Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Filippine, in particolare, vedranno il loro ruolo di colonne portanti della barriera anti-cinese. Obiettivo: tutelare la first islands chain, la “prima catena di isole” che unisce Tokyo a Manila passando per l’arcipelago delle Ryukio con al centro Okinawa, i cui stretti rappresentano de facto le porte di accesso della grande potenza cinese sul mondo. Stringere i già esistenti legami tecnologici e militari con gli alleati giapponese, sudcoreano e taiwanese rappresenta senza dubbio una sfida, nell’ottica soprattutto di bilanciare questa collaborazione con le tensioni protezioniste che scuotono la società americana (e che si manifestano, per esempio, nel veto – imposto da Biden e confermato per ora da Trump – all’acquisto della compagnia siderurgica americana U.S. Steel dalla sua controparte giapponese, la Nippon Steel[6], o nella richiesta alla compagnia di microchip taiwanese TSMC di spostare i propri stabilimenti negli Stati Uniti[7]). Caso a parte le Filippine, che rispetto agli altri Paesi citati non gode degli stessi vantaggi in termini di potenza industriale e stabilità politica, anzi deve convivere con una parte di opinione pubblica – rappresentata dall’ex presidente Rodrigo Duterte – che simpatizza per Pechino. Anche per questo le ipotesi di includere le Filippine nel Quad sono state per adesso lasciate a decantare in attesa di condizioni politiche migliori. Un caveat attende però la strategia americana: l’intera geometria del suo impegno, tutti gli sforzi profusi da Washington nelle modalità e nei tempi che la sua dirigenza sceglierà, dipenderanno in ultima analisi dalla capacità degli Stati Uniti di mostrare il proprio commitment verso lo schema di contenimento. Un particolare non indifferente se messo in relazione con il sorprendente giudizio di Shinzo Abe: nel libro Child of Destiny: Chronicles of the Abe Shinzo Administration, pubblicato nell’ottobre 2024 dall’editore Funabashi Yoichi, il defunto premier nipponico, a lungo considerato uno dei leader mondiali più vicini a Trump, esprimeva il giudizio che la famigerata aggressività del tycoon sarebbe solo una tattica negoziale volta a mascherare un’avversione istintiva per lo scontro diretto. Ma se la Cina rappresenta davvero «il nostro più grande avversario», nell’opinione degli Stati Uniti, prima o poi nel Pacifico i nodi sono destinati a venire al pettine.


[1] Incoming US NSA Mike Waltz indicates continuation of several elements of Biden’s China policy, The Economic Times, 16 gennaio 2025.

[2] Selwyn Parker, The US wakes up to China’s latest threat – big ships, Lowy Institute, 11 ottobre 2024.

[3] Didi Tang, Dwarfed by China in shipbuilding, US looks to build its defense base, Defense News, 8 dicembre 2024.

[4] David Sharp, The US Navy’s warship production is in its worst state in 25 years. What’s behind it?, The Associated Press, 11 agosto 2024.

[5] Little Boy (“ragazzino”) è stato il nome della seconda e probabilmente più famosa bomba atomica prodotta nell’ambito del celebre Progetto Manhattan, il programma di sviluppo nucleare lanciato dagli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale sotto la supervisione dello scienziato J. Robert Oppenheimer. Little Boy fu sganciata sulla città giapponese di Hiroshima il 6 agosto 1945, nel primo impiego bellico dell’arma nucleare, provocando non meno di 90.000 vittime e decine di migliaia di feriti.

[6] David Shepardson, Tim Kelly, Andrea Shalal, Biden blocks takeover of U.S. Steel by Japan’s Nippon Steel, Reuters, 4 gennaio 2025.

[7] Katherine Bourzac, The U.S. Will Start Manufacturing Advanced Chips, 27 dicembre 2024.

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