La città romana: dalla fondazione capitolina a Imago Urbi, a modello ideale
Anche l’atto di fondazione della città racchiude in sé, in modo eminente, la visione unitaria dei romani per lo spazio: l’atto fondativo è insieme religioso, sociale e politico. La città, così fondata, diventa il centro di un nuovo ordine cosmico, sottratto al caos circostante[1].
È un atto sacro perché dà vita ad un cosmo ordinato in cui il popolo trova il proprio spazio vitale, collegato con gli dèi del cielo e della terra, con la natura e con gli animali. È un atto politico perché definisce i confini tra interno (pace) ed esterno (guerra), tra amici (chi è ammesso dentro le mura della città) e nemici (coloro che restano fuori). Le mura della città, come nella fondazione di Roma, delimitano una soglia sacra, il pomerium da pone (o post) murum, che segna il limes (limite) tra urbs e ager, tra la città dove si svolge la vita civile e politica e la campagna.
Il pomerio de-limita lo spazio sacro, al suo interno, insieme come spazio urbano e civico.
Questo limite contrassegna dunque il confine della città come struttura spaziale e, nello stesso tempo, come espressione politica di cittadinanza.
La città romana, e segnatamente l’Urbs, quindi rappresenta lo spazio in cui è garantito l’esercizio di alcune funzioni fondamentali per la ‘civitas’ e quindi per tutti coloro che si identificano nei valori di Roma.
A ragione di ciò dal IV secolo a.C. fino al II secolo d.C. si afferma una vera e propria ImagoUrbis (l’immagine di Roma) il cui assetto urbano diventa modello di riferimento per tutte le altre città della penisola e dell’impero. Le città romane di nuova fondazione riprendevano da vicino la morfologia urbanistica di Roma, replicandone l’assetto distributivo, mentre le antiche città preesistenti alla conquista romana, assumevano comunque “forme urbanistiche simboliche”[2] romane come statue, singoli monumenti, edifici anche molto imponenti carichi di valore ideologico e significato politico[3].
Come dirà l’erudito latino Aulo Gellio, riferendosi ad un discorso pronunciato dall’imperatore Adriano, le città dell’impero sono definite “piccole raffigurazioni e copie di Roma” (effigies parvae simulacraque)[4].
In sintesi il rapporto tra l’urbs romana e l’impero assume un valore costitutivo e reciprocamente fondativo.
L’urbe racchiude in sé, nella sua conformazione materiale e nella sua essenza, i tratti fondamentali della romanità, ben ordinati e custoditi, a partire dal valore chiave della cittadinanza (civitas).
In questo modo l’urbs romana si pone come Imago Imperi e, reciprocamente l’impero, che riflette in grande i valori della città, diventa Imago Urbis, in una circolarità concettuale, valoriale e strutturale compiuta.
La città romana e la metropoli globale: continuità e fratture di un modello di potere
Fin qui è emerso con grande chiarezza il significato profondo della città romana come dispositivo politico, territoriale e simbolico. L’urbs non è semplicemente un insediamento umano, ma una forma di organizzazione dello spazio capace di produrre ordine, cittadinanza e appartenenza, estendendo tali principi dal perimetro urbano fino alla scala imperiale. Se si pone questo modello a confronto con le metropoli globali contemporanee, emerge un quadro ambivalente: da un lato sorprendenti continuità funzionali, dall’altro una radicale perdita di coerenza politica e simbolica.
La città romana nasce come risposta a una necessità primaria: garantire sicurezza, pace e convivenza tra gruppi diversi. La civitas si fonda su un patto politico che precede e supera le differenze etniche, religiose e linguistiche, traducendosi in un sistema giuridico comune e in uno spazio urbano ordinato, riconoscibile e condiviso. In questo senso, Roma anticipa una logica che oggi definiremmo geopolitica: la città come nodo di potere, come centro di amministrazione del territorio e come strumento di integrazione delle diversità.
Le metropoli globali contemporanee – come New York, Londra, Shanghai, Dubai o São Paulo – sembrano, a prima vista, eredi dirette di questa vocazione inclusiva e cosmopolita. Anch’esse sono luoghi di convergenza di popoli, capitali, culture e flussi migratori; anch’esse funzionano come nodi centrali di reti economiche, politiche e comunicative su scala planetaria. Come Roma, le metropoli globali superano i confini dello Stato-nazione e si configurano come attori autonomi nello spazio globale.
Tuttavia, proprio qui si manifesta la prima grande frattura. Se la civitas romana era fondata su un’idea forte e unitaria di cittadinanza, le metropoli contemporanee appaiono segnate da una profonda asimmetria tra integrazione economica ed esclusione politica. L’accesso alla città non coincide più con l’accesso ai diritti: milioni di abitanti vivono nello spazio urbano senza essere pienamente cittadini, spesso relegati a periferie informali, ghetti o zone funzionali alla produzione ma escluse dalla rappresentanza e dalla protezione sociale. La città globale include i corpi e il lavoro, ma non sempre riconosce lo status civico.
Un secondo elemento di confronto riguarda il rapporto tra città e territorio. Nel modello romano, urbs e ager formano un’unità inscindibile: la città organizza il territorio e il territorio sostiene la città. Le infrastrutture, la centuriazione, la rete viaria e la distribuzione delle risorse rispondono a una visione integrata e di lungo periodo. La metropoli contemporanea, invece, tende spesso a rompere questa simbiosi. L’espansione urbana incontrollata, il consumo di suolo, la dipendenza energetica e la separazione funzionale tra centro e periferia producono squilibri ambientali e sociali che minano la sostenibilità del sistema urbano stesso.
Anche sul piano simbolico e culturale il confronto è rivelatore. La città romana era carica di significati: lo spazio era sacralizzato, ordinato, ritualizzato, e ogni edificio pubblico incarnava valori condivisi. Le metropoli globali, pur ricche di architetture iconiche, appaiono spesso frammentate dal punto di vista simbolico. Lo spazio urbano è dominato da logiche economiche e finanziarie, più che da una visione politica del bene comune. La città diventa un luogo di consumo e competizione, più che di appartenenza e riconoscimento.
Infine, mentre Roma utilizzava la città come strumento di soft power, capace di attrarre e integrare le élite locali attraverso il modello urbano e la cittadinanza, le metropoli contemporanee esercitano un potere spesso selettivo ed escludente. Esse attraggono capitale umano altamente qualificato, ma respingono o marginalizzano le fasce più deboli, accentuando le disuguaglianze interne e globali.
In conclusione, il confronto tra la città romana e la metropoli globale contemporanea mette in luce una continuità strutturale nella funzione geopolitica della città come centro di potere e di flussi, ma anche una profonda perdita di unità tra spazio urbano, cittadinanza e progetto politico. Se Roma riuscì, per secoli, a fare della città il fondamento di un ordine condiviso e duraturo, la metropoli contemporanea sembra ancora alla ricerca di un principio capace di ricomporre crescita, inclusione e senso civico. Proprio da questo confronto storico emerge una delle sfide decisive del presente: restituire alla città globale una dimensione autenticamente politica, e non soltanto economica.
[1] “Romolo dopo aver scavato una buca profonda (munuds), la riempì di frutti, la coprì di terra e vi eresse sopra un altare (ara); poi tracciò con l’aratro un recinto (designat moenia sulco). La fossa era un mundus e, come nota Plutarco, fu dato a questa buca, come all’Universo stesso, il nome di mondo”, cfr. Annapaola Zaccaria Ruggiu, Spazio privato e spazio pubblico nella città romana, Pubblications de l’Ècole Française de Rome, 1995, pag. 10 e 21.
[2] Cfr. Livio Zerbini, op. cit., pag. 32.
[3] In tutt’altro contesto storico e con evidenti intenti di propaganda autoritaria il fascismo in Italia realizzò edifici ispirati al razionalismo monumentale in molte città della Penisola con l’obiettivo di veicolare i ‘valori’ del regime, rifacendosi proprio all’esempio di Roma.
[4] Questo modello viene raccolto e codificato da Vitruvio, in età augustea, che lo propone come asseto di una vera e propria città ideale da imitare ovunque. Esso prevedeva una serie di costanti architettoniche-urbanistiche che si ritrovavano in tutte le città dell’impero romano: il foro, al centro della città, che costituiva il fulcro della vita politica, religiosa e commerciale cittadina; il tempio, generalmente in posizione più alta dedicato alla triade capitolina (Giove, Giunone e Minerva o alla famiglia imperiale); la basilica che nel tempo ha recepito le attività del foro ma in ambienti chiusi per garantirne l’operatività. Altri edifici pubblici come il teatro, l’anfiteatro e le terme completavano l’assetto urbano. Le porte monumentali riprese da molte città imperiali, costruite con facciate di due o tre piani, avevano una funzione scenografica di rappresentare al visitatore l’imponenza della città romana in cui sarebbe entrato, segnalandone lo status e l’importanza. Si veda come esempio la Porta Nigra a Treviri.
Secondo il modello vitruviano in tutte le città romane gli edifici pubblici dovevano necessariamente rispondere a precise funzioni (politiche, religiose e civiche) e dovevano sempre rispettare tre caratteristiche fondamentali: la solidità (Firmitas) perché l’opera fosse stabile e durevole, l’utilità (Utilitas) affinché l’edificio corrispondesse alla precisa funzione assegnata (tempio, basilica, teatro), la bellezza (Venustas) perché l’opera fosse costruita su regole matematiche di armonia e proporzione che assicurassero la bellezza e il decoro della stessa.





