Italia incompiuta

L’Italia non è una nazione senza identità. Al contrario, possiede radici profonde, stratificate e spesso contraddittorie. Il problema è trasformare questa eredità in un racconto comune, capace di tenere insieme memoria, Repubblica, fiducia istituzionale e futuro condiviso

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Paese amato, una Repubblica sfiduciata

Il 2 giugno 1946, ottant’anni fa, quasi nove italiani su dieci andarono alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica e per eleggere l’Assemblea Costituente, l’affluenza sfiorò il 90%. Per la prima volta in una consultazione politica nazionale votarono anche le donne e la Repubblica nacque dalla prima vera partecipazione piena del popolo italiano al processo politico.

Settantasei anni dopo, alle politiche del 2022, l’affluenza era scesa al 63,91%: oltre un italiano su tre non aveva votato, il minimo storico per le elezioni politiche repubblicane. Nel 2025, però, il 72% degli italiani continuava a considerare una fortuna vivere in Italia, mentre la fiducia nei partiti restava molto bassa e quella nelle istituzioni, dopo il recupero degli anni precedenti, registrava nel 2024 una nuova flessione.

È il paradosso da cui parte questo articolo. Non è venuto meno un legame materiale, culturale e affettivo con il Paese — patrimonio, lingua, paesaggio, comunità. Quello che non si è mai pienamente formato è il riconoscimento delle istituzioni repubblicane come forma comune delle molte identità storiche, locali, culturali e sociali che compongono gli italiani. La sfiducia non è la causa profonda ma il sintomo visibile di una ricomposizione incompiuta. La parabola dell’affluenza, dal 1946 al 2022, è il filo con cui proveremo a leggere questa frattura.

Roma, la lingua, i campanili

L’Italia non arriva al 1946 come una pagina bianca, arriva con una sedimentazione storica tra le più profonde d’Europa: l’eredità di Roma, la Chiesa, i Comuni medievali, le signorie, il Rinascimento. Ma è un’identità di antica data e insieme disordinata, locale prima che nazionale.

Lo si vede nella lingua. Molti di quelli che per comodità chiamiamo «dialetti» non sono varianti dell’italiano standard, ma sistemi linguistici romanzi autonomi, sviluppatisi dal latino volgare in parallelo al toscano — il sardo è il caso più evidente. L’italiano stesso nasce come fiorentino letterario, affermatosi per ragioni culturali prima che esistesse uno Stato unitario a parlarlo: al momento dell’Unità lo padroneggiava una piccola minoranza. Il Paese era, e in parte resta, plurilingue. Lo stesso vale, con dinamiche proprie, per le tradizioni religiose locali, gli ordinamenti pre-unitari e i sistemi amministrativi ereditati da Stati che fino al 1861 erano davvero diversi tra loro.

Questa pluralità attraversa anche l’economia: differenze territoriali, istituzionali ed economiche precedevano l’Unità; il moderno divario Nord-Sud, però, si consolidò e si ampliò soprattutto dentro la storia dello Stato unitario. Il problema italiano non è l’assenza di identità, ma il suo eccesso non ricomposto: una civiltà riconoscibile da secoli, mai però ordinata in una forma nazionale condivisa. È su questo retroterra plurale che nel 1946 irrompe la democrazia repubblicana.

Trauma interno, non anomalia esterna

Il fascismo viene spesso raccontato come una parentesi, un corpo estraneo calato sull’Italia dall’alto o imposto da una minoranza. Non fu così. Fu una possibilità interna della storia italiana, sostenuto, accettato, tollerato, subito o utilizzato da settori ampi e diversi della società. Ebbe consenso e generò conformismo oltre che repressione.

Riconoscerlo non significa processare un popolo, ma rifiutare la scorciatoia che assolve tutti collocando la colpa fuori dai confini nazionali. Né questo cancella la Resistenza, semmai la rende più vera, perché la restituisce come una scelta compiuta dentro un Paese in cui ampie componenti sociali avevano sostenuto, accettato, tollerato o subìto il regime.

Il problema è che quella frattura non è stata elaborata in modo pienamente condiviso. È stata riassorbita più che compresa, archiviata più che attraversata. Ed è questa elaborazione mancata che rende ancora difficile costruire una narrazione repubblicana adulta. La Repubblica si fonda su una frattura coperta e non risolta, la prima delle sue incompiutezze.

La Nazione ferita entra nella democrazia

Su quella frattura non chiusa accadde comunque qualcosa di straordinario. Il 2 giugno 1946 andò a votare l’89,08% degli aventi diritto. Quasi nove italiani su dieci, in un Paese appena uscito distrutto da una guerra e una guerra civile che lo avevano attraversato come fronte e come ferita, scelsero di decidere insieme la propria forma di Stato.

Per la prima volta in una consultazione politica nazionale votarono le donne, e votarono in massa: alla Costituente le elettrici furono quasi tredici milioni, contro poco meno di dodici milioni di uomini. Metà del Paese, fino ad allora esclusa dalla cittadinanza politica, vi entrava pienamente per la prima volta.

La Costituente raccolse le principali culture politiche uscite dalla crisi del fascismo, dalla guerra e dalla lotta antifascista — cattolici, comunisti, socialisti, liberali, azionisti — ed elaborò la prima legge fondamentale della Repubblica attraverso un’assemblea eletta a suffragio universale.

La Costituzione che ne nacque non è soltanto un testo giuridico. È la promessa con cui una nazione uscita da dittatura, guerra e guerra civile decideva di darsi un futuro condiviso. Il punto, ottant’anni dopo, non è se quella promessa fosse giusta ma quanto ne sia rimasto.

La Prima Repubblica

Per trent’anni ne rimase moltissimo. Dalle prime politiche del 1948, con un’affluenza del 92,23%, fino al picco del 93,39% del 1976, l’Italia votò con una partecipazione che oggi sembra appartenere a un altro Paese, oltre nove elettori su dieci, elezione dopo elezione.

Accadde perché il voto era inserito in una trama di appartenenza fitta. Partiti di massa, sindacati, parrocchie, sezioni, case del popolo e reti associative inquadravano la vita quotidiana di milioni di persone. Si votava perché si apparteneva a una classe, a una fede, a un territorio, a un’idea di futuro.

Ma a sostenere quei livelli non fu soltanto la mobilitazione sociale. Fino al 1993 il voto conservò anche un residuo carattere normativo e reputazionale: l’astensione ingiustificata poteva essere registrata pubblicamente e produrre conseguenze sui certificati di buona condotta. Questo non basta a spiegare da solo l’altissima affluenza della Prima Repubblica, ma rende incompleta ogni lettura che attribuisca quel dato esclusivamente alla mobilitazione ideologica o alla fiducia nel sistema.

A quella trama il miracolo economico aggiunse uno strato materiale. Lavoro, casa, scuola, automobile, televisione, mobilità sociale, la Repubblica non era soltanto un patto giuridico, ma una promessa che si vedeva mantenuta nella vita di tutti i giorni. Chi partiva dal Sud per la fabbrica del Nord poteva credere che il proprio figlio sarebbe stato meno povero di lui.

Sarebbe ingenuo idealizzare quella stagione: corruzione, consociativismo, blocco del ricambio erano già lì. Ma la partecipazione restava alta proprio con quei limiti, perché il voto significava ancora qualcosa. Il 93,39% del 1976 non è un’anomalia statistica ma la vetta di un sistema che, per quanto imperfetto, ancora teneva.

L’adesione al Patto Atlantico nel 1949 attraversò il Parlamento in mezzo a un’opposizione durissima del PCI e di parte del PSI, con manifestazioni di piazza e ore di ostruzionismo; passò comunque, e la collocazione occidentale divenne la cornice silenziosa di tutto il dopoguerra. Tre decenni più tardi, la collocazione occidentale era diventata una cornice con cui anche il principale partito comunista dell’Occidente doveva misurarsi: anche Enrico Berlinguer arrivò a riconoscere, in una nota intervista a Giampaolo Pansa, di sentirsi più sicuro nella collocazione occidentale dell’Italia che nell’orbita sovietica. L’Europa seguì un percorso analogo: dai Trattati di Roma all’adozione dell’euro, l’appartenenza europea è stata per gli italiani prima orizzonte di crescita, poi vincolo esterno di disciplina, infine, secondo i sondaggi più recenti, una protezione: nel 2025 l’Eurobarometro registrava un sostegno record alla moneta unica nell’area euro, ma per l’Italia l’appartenenza europea ha continuato a convivere con una percezione più ambigua del ruolo nazionale. Eppure né l’una né l’altra cornice sono mai diventate davvero materia di identità repubblicana condivisa: l’atlantismo è rimasto scelta di governo più che appartenenza popolare, l’europeismo è oscillato tra entusiasmo, disillusione e ritorno, senza sedimentarsi in un’idea stabile di cittadinanza.

Anche la scuola ha tentato la sua parte. L’educazione civica fu introdotta da Aldo Moro nel 1958 come strumento esplicito per formare il cittadino repubblicano; nei decenni successivi non scomparve formalmente, ma perse continuità, centralità e riconoscibilità. Nel 2008 fu rilanciata nella forma di «Cittadinanza e Costituzione» e, dal 2020-2021, tornò come insegnamento trasversale obbligatorio di educazione civica.

Dal voto di protesta all’assenza

La rottura non fu improvvisa, e all’inizio non somigliò affatto a un’assenza. Negli anni Ottanta cominciarono a crescere, sia pure in modo limitato, le schede bianche e nulle: dal 5,1% del 1983 fino al 6,0% del 1996 e del 2001. Questo dato, da solo, non dimostra una rottura sistemica; segnala piuttosto un disagio ancora interno al rito del voto. Il cittadino deluso continuava ad andare al seggio, ma usava la scheda come strumento di protesta. Era ancora dentro il rito, e lo contestava dall’interno.

Poi smise anche di entrarci. L’affluenza alle politiche scese al 75,2% nel 2013, al 72,9% nel 2018, fino al 63,91% del 2022: oltre un italiano su tre rimasto a casa, il minimo storico per le elezioni politiche repubblicane. Il passaggio fu anche qualitativo: la protesta aveva abbandonato l’urna.

Sarebbe sbagliato leggerlo come pigrizia civica. È il segno di una promessa indebolita: la lunga stagione di crescita esauritasi dagli anni Novanta, la mobilità sociale bloccata, i grandi partiti di massa svuotati. Chi non vede nel voto uno strumento capace di cambiare qualcosa nella propria vita, prima o poi smette di andare al seggio.

Va detto, però, con prudenza: una parte di quell’astensione è involontaria — anziani, malattia, difficoltà fisiche — oppure apparente. Gli iscritti AIRE, pur residenti all’estero, risultano registrati in alcune liste elettorali comunali di riferimento; secondo il Libro bianco sull’astensionismo, nelle regionali del 2020 questo effetto ha inciso per circa 5,5 punti. Lo scollamento, al netto di queste distorsioni, resta reale.

Ricomporre, non inventare

Ottant’anni di Repubblica hanno lavorato su un’identità italiana già esistente, stratificata, contraddittoria, millenaria, ereditata e non costruita da zero. Il problema è stato, e resta, riuscire a tenerla insieme.

L’Italia del 1946 arrivò alla democrazia con identità plurali e non ancora ordinate — un italiano letterario padroneggiato da una minoranza, i campanili più forti dello Stato, la Chiesa più radicata del governo, le regioni più riconoscibili della Nazione. La Repubblica le tenne insieme dentro un patto — la Costituzione — e dentro una promessa materiale che per decenni fu credibile. Quando quella promessa cominciò a incrinarsi, anche il legame con le istituzioni si è allentato.

Non è nostalgia di un passato che non tornerà, né basta invocare una nuova narrazione dall’alto. La questione è più profonda: l’Italia deve ricomporre l’identità che possiede senza rimuoverne le fratture. Deve fare i conti con il fascismo come fatto italiano, non come parentesi. Deve tenere insieme la pluralità dei campanili e la grammatica comune della Costituzione.

L’Italia non è una nazione senza identità. È una nazione con troppe identità non ancora ordinate in una forma condivisa. Il declino dell’affluenza non dimostra che sia venuto meno il legame degli italiani con l’Italia: mostra che ricomporre le identità italiane in una forma repubblicana adulta — il compito che il 1946 aveva avviato — resta incompiuto.

Fonti essenziali

Ministero dell’Interno – DAIT, Eligendo Archivio storico, Referendum istituzionale 1946.

Ministero dell’Interno – DAIT, Eligendo Archivio storico, Elezioni politiche 2022.

Eurispes, Rapporto Italia 2025.

ISTAT, Fiducia nelle istituzioni del Paese – Anno 2024.

Treccani, Dialetti, Enciclopedia dell’Italiano.

G. Toniolo, L’Italia e l’economia mondiale. Dall’Unità a oggi, Collana storica della Banca d’Italia, 2013.

Treccani, Fascismo, Enciclopedia Italiana; E. Gentile, Fascismo, Laterza, 2002.

Ministero dell’Interno – DAIT, Eligendo Archivio storico, Assemblea Costituente 1946.

Archivio storico della Camera dei Deputati, Portale dell’Assemblea Costituente.

Ministero dell’Interno – DAIT, Eligendo Archivio storico, serie storica delle elezioni politiche.

A. Varsori, L’adesione dell’Italia al Patto atlantico, Senato della Repubblica.

Fondazione Istituto Gramsci, Archivio Berlinguer – intervista Berlinguer-Pansa del 15 giugno 1976.

Commissione europea, Standard Eurobarometer 103 – Spring 2025.

INDIRE – Agenzia Nazionale Erasmus+, Rapporto Erasmus+ 2023.

Normattiva, Legge 20 agosto 2019 n. 92, introduzione dell’insegnamento trasversale dell’educazione civica.

Normattiva, Legge 30 ottobre 2008 n. 169, Cittadinanza e Costituzione.

Gazzetta Ufficiale, D.P.R. 30 marzo 1957 n. 361, art. 115, disciplina storica sull’astensione ingiustificata.

Senato della Repubblica, Legge 4 agosto 1993 n. 277, riforma elettorale del 1993.

ISTAT, Annuario statistico italiano 2023, cap. Elezioni e attività politica e sociale.

Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le riforme istituzionali, Libro bianco sull’astensionismo, 2022.

ISTAT, Gli italiani residenti all’estero – Anni 2023 e 2024.

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