Introduzione
Il 2008 segna una soglia storica di portata geopolitica globale: per la prima volta nella storia dell’umanità, la maggioranza della popolazione mondiale risiede in contesti urbani. Questo dato non rappresenta soltanto una trasformazione demografica, ma indica un mutamento strutturale nei rapporti tra popolazione, territorio e potere. L’urbanizzazione, intesa come spostamento sistematico dalle campagne alle città, si configura oggi come uno dei principali fattori di ridefinizione degli equilibri geopolitici, economici e sociali del pianeta.
Tale processo non è nuovo nella storia. Esso affonda le proprie radici nella cosiddetta “rivoluzione urbana” sviluppatasi circa cinquemila anni fa in Mesopotamia, tra il Tigri e l’Eufrate, quando la concentrazione di popolazione in insediamenti stabili rese possibile una nuova organizzazione del potere. La nascita della città coincide infatti con due condizioni fondamentali: la stratificazione sociale e la specializzazione del lavoro. Da quel momento, lo spazio urbano diviene un centro di controllo, redistribuzione e amministrazione delle risorse, nonché un nodo strategico per la sicurezza e la stabilità delle comunità.
Le prime città-stato della Mezzaluna Fertile — Uruk, Babilonia, Ninive — possono essere lette come embrioni di entità (geo)politiche: spazi delimitati, fortificati, dotati di un centro politico-religioso in grado di esercitare autorità su un territorio circostante. La città nasce così come strumento di dominio territoriale e come infrastruttura del potere, distinguendosi nettamente dal villaggio rurale, privo di una proiezione strategica.
È tuttavia nel confronto tra pòlis greca e civitas romana che emerge con maggiore chiarezza la dimensione filosofico-politica del fenomeno urbano.
Pòlis greca vs civitas romana e il loro differente statuto storico-filosofico
Per i greci la pòlis è prima di tutto la sede, il luogo in cui una determinata stirpe (génos) ha la propria radice, in cui una determinata gente distinta per idioma (logos), leggi (nomos), tradizioni costumi (éthos) si ritrova e si riconosce[1].
La pòlis greca rappresenta un’unità politico-territoriale fondata su una forte omogeneità identitaria: lingua, religione, costumi e leggi coincidono con uno spazio ristretto e autosufficiente. Questa compattezza garantisce coesione interna ma limita l’espansione. La cittadinanza non è il risultato di una scelta o di un patto, ma l’espressione di un’appartenenza originaria. Questo modello garantisce coesione e partecipazione, ma implica una strutturale limitazione della scala politica: come segnalato da Platone (Repubblica e Leggi) e Aristotele (Politica) la pòlis non può crescere indefinitamente senza perdere la propria identità.
Roma, al contrario, elabora un modello urbano radicalmente diverso. La civitas romana (da cui i termini città e cittadinanza) non si fonda su un’origine etnica comune, ma su un patto politico e giuridico. L’urbs diventa il luogo in cui individui e genti differenti si aggregano sotto un’unica legge e un’unica autorità, in nome della sicurezza e della pace. In termini geopolitici, la civitas è un dispositivo inclusivo e dinamico, progettato per crescere e incorporare diversità.
La stessa fondazione mitica di Roma segna in modo evidente questo tratto. Le premesse della fondazione di Roma sono messe da Enea un profugo (di guerra) straniero di stirpe troiana in cerca di una terra promessa (dai suoi dèi), che sconfigge in battaglia un popolo autoctono (i latini), ma i vincitori (i troiani) saranno assimilati nel nome e nella lingua dai latini. E sarà lo stesso Enea a chiedere l’alleanza ad un altro popolo autoctono, gli etruschi, con cui instaura una convivenza necessaria per stabilizzarsi e fondare una nuova civiltà[2].
Da qui si spiega anche l’epiteto usato nella tarda romanità di ‘Roma mobilis’: nella polis greca si stava insieme perché legati dalla comune provenienza (stirpe), a Roma (nella città come nell’impero) ci si unisce per un fine, quello di garantire la concordia’[3] e la pacifica convivenza tra tutti, genti e popoli diversi, sottoponendosi però all’autorità politica e alle leggi di Roma (senato o impero che sia).
Questa finalità si traduce, nel passaggio dalla Repubblica all’Impero, nella missione ‘civilizzatrice’ della ‘civitas romana augescens’: la civitas per sua stessa natura non può non crescere, aumentare (augescens) essendo prima ancora che uno status giuridico un dispositivo politico inclusivo e dinamico. Lo stesso Virgilio, in età augustea, identifica nella sua opera il fine ultimo della missione di Roma nell’imperium sine fine: uno spazio (oggi diremmo geopolitico) in cui da tutte le regioni del mondo (Africa, Europa, Asia) si converge concordi per far crescere nel tempo e nello spazio la potenza di Roma.
L’urbe (urbs) si fa mondo (orbis): le mura della città quadrata (le mura serviane del Campidoglio) si proiettano nel tempo (dalla monarchia all’impero) e nello spazio (dal Capitolium ai limes imperiali-vallo di Adriano, Cappadocia, Egitto, Dacia, Spagna) per abbracciare e con-vincere le genti che la concordia sotto le stesse leggi conviene. È la pax romana che passa anche dalla pax deorum, secondo cui le stesse divinità straniere possono sopravvivere a patto che diventino romane.
La differenza con la prospettiva etnico-autarchica greca, spiega quindi la vocazione espansiva di Roma. La città non è soltanto un centro abitato, ma un modello esportabile, replicabile e adattabile. La fondazione di nuove città, collegate da una rete infrastrutturale capillare, consente a Roma di trasformare il dominio militare in controllo territoriale stabile. Le strade, gli acquedotti, i fori e le basiliche non sono solo opere civili, ma strumenti di integrazione geopolitica e di legittimazione del potere romano.
L’urbs diviene matrice di una forma di sovranità territoriale che si estende nello spazio attraverso la fondazione sistematica di nuove città, collegate da infrastrutture materiali e simboliche. L’impero romano dunque può essere interpretato come una rete di città, ciascuna delle quali riproduce, in scala ridotta, l’ordine politico e giuridico dell’Urbe (Imago Urbis).
Il senso di Roma per lo spazio
Al massimo della sua estensione, al tempo dell’imperatore Traiano (98-117), l’impero romano copriva una superficie di 6 milioni di chilometri quadrati, era attraversato da una fitta rete di strade che collegavano centinaia di città costruite, spesso ex novo, in tutte le regioni dell’impero, era segnato da infrastrutture civili come acquedotti monumentali per la distribuzione delle acque, accampamenti militari, più o meno permanenti, porti, sistemi di irrigazione e di fognature, anfiteatri, teatri, basiliche, valli fortificati, terme[4]. Questa immagine rappresenta in sintesi la capacità di Roma di costruire, non solo politicamente, ma ingegneristicamente (nel senso di edificare) il suo formidabile impero con la conquista, la regolazione e la funzionalizzazione dello ‘spazio’.
Infatti prima ancora che nel contesto urbano, il genio urbanistico e ingegneristico romano si esprime nel rapporto con il territorio tout court, inteso sia come paesaggio da conoscere che come contesto naturale su cui intervenire per vivere e operare.
Il territorio e la città nel mondo romano vivono in strettissima simbiosi e sono uniti da un processo organizzativo complessivo, che vede utilizzare insieme tecniche agrimensorie ed urbanistiche, con le quali si divide regolarmente lo spazio agrario e quello urbano[5].
Dal punto di vista geopolitico, l’urbanistica romana costituisce un dispositivo di dominio e integrazione. La razionalizzazione dello spazio — attraverso strade, acquedotti, centuriazione agraria e schemi urbanistici regolari — consente la trasformazione del territorio conquistato in spazio governabile. Urbs e ager non sono ambiti separati, ma momenti di un’unica strategia di controllo e amministrazione. Il potere romano si esercita tanto attraverso la forza militare quanto attraverso la produzione di ordine spaziale.
La ragione di questa attitudine è legata alla considerazione unitaria che lo spazio ha presso i romani.
A tale riguardo il linguaggio con cui i romani individuano, delimitano e misurano lo spazio è un sottosistema del linguaggio religioso. Lo spazio per i romani è sempre spazio sacro. E gli atti che hanno a che fare con lo spazio sono atti sacralizzati, rigidamente definiti da un rituale minuzioso[6].
L’unità di pensiero, azione e pianificazione territoriale-urbanistica nei romani si evince dal fatto che fin dalla fondazione, venne utilizzato un medesimo schema per edificare le città, dividere e assegnare i terreni agrari (attraverso la limitatio detta anche centuriazione) e costruire accampamenti militari (castra): uno schema a reticolo ortogonale che partiva da un centro in cui si incrociavano due linee principali chiamate decumano massimo disposta da est a ovest e cardine massimo disposta da nord a sud[7]. Attorno a quel centro e parallelamente al cardo e decumano massimo si sviluppava e organizzava lo spazio circostante, con altrettante linee o vie parallele, per costruire una nuova città, dividere e assegnare le centurie[8] di un terreno agricolo, edificare un accampamento militare nelle terre di conquista.
[1] Cfr. Massimo Cacciari, La Città, Verucchio (RN), Pazzini Editore, 2021
[2] Già risalendo al periodo monarchico vediamo che Tito Tazio e Numa Pompilio erano sabini, come erano sabine le madri di Tullio Prisco e Anco Marzio; Tarquinio Prisco era figlio di un greco di Corinto e di una etrusca, mentre Servio Tullio era uno straniero di origini servili (cfr. https://www.dirittoestoria.it/14/memorie/Del-Ponte-Asylum-Romuli-da-schiavi-a-cittadini.htm). Non è un caso inoltre che il primo dio a cui viene dedicato un tempio a Roma è il dioAsylum che Romolo, riferisce Livio, fece erigere sul mons Saturnius (l’antico nome del Capitolium) allo scopo di incrementare la popolazione della nuova città da lui fondata tra due cime del colle Capitolino per dare ospitalità (rifugio) agli esiliati, fossero liberi o schiavi fuggiaschi provenienti dai luoghi vicini. Cfr. al riguardo https://www.dirittoestoria.it/14/memorie/Del-Ponte-Asylum-Romuli-da-schiavi-a-cittadini.htm.
[3] In Tito Livio, Ab urbe condita, e nella storiografia romana, la Concordia rivestirà un ruolo fondamentale
[4] Si veda al riguardo la così detta Tabula Peutingeriana, una carta del XII secolo che riproduce una antica mappa geografica romana, in cui sono riportate ben 555 città e 3.000 luoghi, tutti raggiungibili attraverso la prodigiosa rete viaria romana, una sorta di proto guida per viaggiatori, con indicazioni per le rotte e la sosta.
[5] Cfr. Livio Zerbini, op. cit., pag. 26 e ss.
[6] Si veda a tale riguardo il corpus dei Gromatici, raccolta di testi di agrimensori romani vissuti tra il I e il V secolo d. C.
[7] Proprio da molti accampamenti militari permanenti (castra stativa) sono nate molte città romane che hanno dato i natali a corrispondenti città moderne. Si vedano i casi di Torino, Milano, Rimini, Firenze, Piacenza, Cremona, Pavia solo per limitarsi all’Italia.
[8] Le centurie erano degli appezzamenti quadrati, uguali a se stessi, in cui veniva suddiviso un terreno (ager) con lati lunghi 710 metri.





