L’Italia e il “Mare Nostrum”, storia di una centralità da riscoprire

Prima dell’oceano globale, il Mediterraneo fu un’economia-mondo. Al centro di quel sistema stava l’Italia

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La storia dell’Italia è una storia inevitabilmente marittima. I circa 8.000 chilometri di coste rendono l’esistenza stessa della Penisola inevitabilmente legata al mare, nonostante la sua cultura così fortemente ancorata alla civiltà europea continentale (se non per via del ruolo fondante della latinità nella nascita di quest’ultima). Non un mare qualunque, bensì il mar Mediterraneo, uno spazio geopolitico (anzi, “idropolitico”) tanto inter e intraconnesso con la storia del Belpaese da guadagnarsi il nome di “Mare Nostrum”. In epoca antica inizialmente il termine definiva soltanto il Mar Tirreno ma, dopo l’annessione dell’ultima potenza rivale nel bacino mediterraneo – l’Egitto – seguita alla terza guerra civile, tale denominazione finì per abbracciare tutto lo spazio compreso tra le Colonne d’Ercole (Gibilterra) e il Levante mediorientale. Simbolo anche nel vocabolario, nell’espansione delle ambizioni di Roma. All’espressione Mare Nostro, con chiara indicazione possessiva, si aggiunse del resto la definizione di Mare Internum (“Mare interno”), a indicare la nuova identità del Mediterraneo come lago romano. Assetto definitivamente consacratosi entro la fine del I secolo dopo Cristo quando con l’annessione del regno di Israele l’intero litorale mediterraneo da Siviglia a Bisanzio e da Nicea a Tangeri si ritrovò definitivamente nelle mani dell’Impero romano. Contestato durante la crisi militare del III secolo e la successiva divisione dell’impero (prima in quattro con la tetrarchia dioclezianea, poi in due con la separazione teodosiana), il controllo sul Mediterraneo fu a lungo rivendicato dai bizantini, senza tuttavia molta fortuna. L’ascesa della potenza navale dei Vandali, nel V secolo, che per decenni terrorizzarono il Mediterraneo occidentale partendo da Cartagine e giungendo a saccheggiare la stessa Roma, e successivamente la comparsa degli Arabi, che tra il VII e l’VIII secolo misero sotto assedio via mare Costantinopoli dimostrarono il definitivo tramonto del possesso esclusivo del “medio oceano” mediterraneo. Che, anzi, a partire dal VIII secolo, mutò definitivamente natura trasformandosi da lago interno a confine, da polmone dell’impero a limes della civiltà europea-cristiana contrapposta alla sua anti-sponda arabo-musulmana. Questa sua nuova identità, tuttavia, ne cambiò completamente i connotati geopolitici ma non ne arrestò lo sviluppo sociale ed economico. Del resto, la frammentazione politico-militare che seguì la fine della potenza romana trasformò nuovamente la natura del Mediterraneo: non più lago romano e cortile di casa dell’Urbe, bensì contestatissima “autostrada nautica” in grado di mettere in comunicazione oriente e occidente tra il riemergere di fenomeni scomparsi per secoli, dalle repubbliche mercantili alla minaccia della pirateria. «Il crocevia del mondo, la strada maestra dei suoi commercianti e il sentiero delle sue armate», come lo definì efficacemente il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser molti secoli più tardi. Tale concezione subì un brusco ridimensionamento a seguito della scoperta delle Americhe nel 1492 e del conseguente spostamento delle rotte commerciali nei grandi spazi oceanici, nuove arterie di quell’economia-mondo – secondo l’efficace termine adottato dallo storico francese Fernand Braudel – che stava assumendo contorni globali. Ma, mentre il mondo iniziava la sua ascesa verso la globalizzazione dei commerci e degli imperi, vale la pena soffermarsi sul fatto che Braudel approdi a tale definizione proprio pensando al sistema socio-economico mediterraneo pre-contemporaneo. Per lo storico francese il “mare di mezzo” costituiva infatti un’unità sociale da considerare nella sua totalità, uno spazio economico organizzato alla maniera del mondo odierno che non aveva eguali nella storia. E al centro di esso non figuravano la Spagna o la Francia o Bisanzio o l’Egitto, bensì il quadrilatero italiano Genova-Milano-Venezia-Firenze: «Il quadrilatero dominava la vita del mare ancora nel secolo XVI. La grande economia era organizzata, nella misura in cui poteva esserlo, proprio in funzione di quella esigua zona»[1]. Le centralità della Penisola italiana, quale epicentro del “medio oceano” mediterraneo, dunque ne esce ulteriormente suffragata.

Il sogno del Mare Nostrum tornò in auge con prepotenza a partire dal XIX secolo, con l’avvento del Risorgimento. Nei padri del movimento nazionale italiano, una certa simpatia culturale per l’antichità – tendenzialmente di matrice anti-cattolica – si sposava infatti con la necessità di dare al nuovo Stato-nazione un orizzonte che lo definisse come attore mediterraneo. La penisola italiana divenne così architrave del progetto neo-imperiale italiano, tanto a livello geografico quanto idealistico. Tale disegno ha trovato la sua parziale concretizzazione nella costruzione dell’impero coloniale italiano, in particolare nella conquista della Libia, sebbene questo stesso peccasse più di opportunismo che di pianificazione (come dimostrato facilmente dall’intensa proiezione coloniale attuata nel Corno d’Africa tra il 1880 e il 1940, in un territorio non solo non affacciato sul Mediterraneo ma nemmeno mai stato parte dell’impero romano storico). Di tale mito si è impadronito quasi subito il Fascismo, trasformandolo in un assioma propagandistico che ha finito per fare più male che bene al termine Mare Nostrum, al punto di farlo cadere nel dimenticatoio dopo la guerra (fatta salvo l’omonima operazione di salvataggio dei migranti realizzata dalla Marina italiana tra il 2013 e il 2014, durante il picco della cosiddetta Crisi dei rifugiati[2]). Ciò che però la prospettiva del Mare Nostrum ha tramandato in eredità alla concezione geopolitica italiana, nonostante i cambi del regime politico, è stata la necessità di garantirsi che l’altra sponda mediterranea non sia solo un’espressione geografica ma anche politica, in conformità con l’interesse nazionale italiano.

Le necessità strategiche italiane hanno infatti sempre compreso la sicurezza delle acque antistanti le coste della Penisola, un “estero vicino” – secondo l’espressione coniata dagli strateghi russi per indicare il proprio spazio di interesse strategico – che segua la linea Trieste-Patrasso-Bengasi-Tripoli-Tunisi-Cagliari. Recuperare un rapporto con la Libia e con la Tunisia dopo la fine del colonialismo europeo in Nord Africa è stata la chiave di questa politica, sfumata attraverso un’impostazione per lungo tempo pro-araba dell’approccio italiano alla cosiddetta regione MENA (Middle East-North Africa, Medio Oriente e Nord Africa). Il rapporto con il dittatore libico Muammar Gheddafi e con l’uomo forte tunisino Ben Alì hanno giocato in tal senso un ruolo preminente, almeno fino alla caduta del regime tripolino nel 2011 a seguito dell’intervento dell’Alleanza atlantica sostenuto anche dall’Italia. Mossa imposta a Roma dai format internazionale a cui aderì dopo la guerra mondiale ma che, non a caso, ha rappresentato la “mezzanotte geopolitica” italiana. Non solo, infatti, il rovesciamento e l’uccisione di Gheddafi si sono rivelate una manovra contraria all’interesse nazionale italiano, ma le bombe della Nato su Tripoli hanno fatto da innesco a un processo che l’Italia aveva sperato di essersi finalmente lasciata alle spalle dopo secoli di conflitti: la frammentazione del Mediterraneo.

Oggigiorno la totalità del “sistema mediterraneo”, nell’accezione sollevata da Braudel, non può più essere ricondotta a un orizzonte preminentemente latino come era nell’antichità. Dove, certo, intere civiltà di lingua e fedi diverse convivevano sulle sue sponde (tra le più note, quella etrusca, quella greca, quella egizia, quella persiana, quella punica, quella celtica, quella giudaica) ma a partire dall’avvento dell’impero romano l’Urbe si incaricò di fare sintesi per definire una proiezione armonica del grande spazio compreso tra il Tigri e il Tago: un Mediterraneo plurale, ma impostato secondo le lenti politiche latine. Il grande lago romano, dunque, aveva molti fiumi e molti affluenti, ma un solo nome. Dal tramonto di quell’epoca, oggi il “mare di mezzo” fatica a uscire dalla sua natura di limes, a causa di quei medesimi limiti che impediscono il ritorno alla sua unità passata. Intanto perché oggi il Mediterraneo non è solo latino, bensì soprattutto arabo (demograficamente parlando) e turco. In secondo luogo, perché l’area latina è divisa tra Stati-nazione in competizione tra loro (Italia, Spagna, Francia, Portogallo). In terzo luogo, ed è probabilmente il fatto più importante, perché l’Italia non offre più quella capacità propulsiva tale da fare della Penisola il motore della regione. Il quadrilatero italiano identificato da Braudel come il cuore della regione durante il XVI secolo oggi soffre del proprio declino demografico e della de-industrializzazione europea, al punto da dover faticare pur di restare agganciato alle grandi catene di produzione globali.

Di fronte alle esigenze contemporanee, l’Italia non può sottrarsi alla necessità di informare la propria politica (estera, industriale, culturale) con la consapevolezza che un recupero dello spazio mediterraneo sia fondamentale per il futuro di questo Paese. Tale spinta non può che seguire le stesse direttrici sulle quali, negli ultimi decenni, si è impostato il declino della Penisola, in un’ottica reversiva. Il “quadrilatero industriale” italiano non può esimersi più dal ricevere, attraverso gli strumenti adeguati a disposizione dell’attore pubblico, il necessario impulso per tornare a svolgere la funzione di polmone produttivo del Paese. Tale ruolo non ha una funzione meramente economica, ma strategica: ossigenare, con la sua azione, le membra di un sistema-Paese che altrimenti rischia l’atrofia. Tale rilancio non può prescindere dalla risoluzione di questioni domestiche fondamentali, a partire da quella – assolutamente centrale – della demografia per arrivare a quella dell’educazione e delle infrastrutture. Su quest’ultimo aspetto, è fondamentale che il quadrilatero sia ricollegato efficacemente al polmone “idropolitico” mediterraneo per poter tornare a essere una fucina di sviluppo economico. Perché ciò si concretizzi, al di là delle citate questioni domestiche, non è rinviabile l’adozione di una strategia nazionale volta a mettere la sicurezza del “Mare nostrum” al centro della visione geopolitica italiana. La frammentazione mediterranea è destinata verosimilmente a rimanere un dato di fatto nel prossimo futuro ma questo non deve rappresentare necessariamente un limite economico e securitario per l’Italia. Lo diventerebbe inevitabilmente se la frammentazione producesse lo scivolamento dell’intera area mediterranea in una Caoslandia sempre meno terzomondista e sempre più globale, simbolo nel nuovo dis-ordine internazionale. Roma non può esimersi, dunque, dal porsi alla guida di un processo che riporti il “Mare Nostrum” a un principio di ordine allineato con il proprio interesse nazionale, nella consapevolezza che in caso contrario altri attori potrebbero colmare il vuoto di potere.

Ma tale prospettiva, così necessaria, non potrebbe avere ragioni di successo se non venisse accompagnata dal recupero di un richiamo meta-politico a quel principio della latinità che gettò le basi del Mediterraneo quale ecosistema unitario, legato a un destino comune. Il perno del quale non può che essere, per ragioni storiche e geografiche, la Penisola italiana, fulcro e faro della latinità inteso non solo come elemento linguistico e culturale ma anche quale serbatoio civile e imperiale. Le coordinate fornite dalla civiltà latina restano infatti le uniche su cui qualunque sponda del Mare Nostrum possa ritrovarsi, dalla Spagna alla Turchia. A tal punto da non essere soltanto un richiamo a un passato lontano, ma anche la bussola per un futuro sempre più necessariamente vicino.


[1]F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino 1953.

[2] Hugo Brady, European Institute for Security Studies, Mare Europaeum?

Tackling Mediterranean migration, settembre 2014. Ferruccio Pastore, Clingendael,  The position of Italy in Europe’s migration and asylum crisis, 11 novembre 2016.

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