L’arma della cultura in Asia centrale (seconda parte)

Considerazioni geostrategiche e legami etnico-linguistici rendono le iniziative culturali uno strumento di influenza cruciale nella regione centro-asiatica. Come si muovono Russia, Cina, Turchia e Iran. L’occasione (non colta) da Europa e Italia

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Geopolitica

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Asia centrale

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(Prima parte)

La cultura come strumento di influenza

Dal canto suo, l’Iran può sfruttare le eredità lasciate dall’impero di Ciro il Grande e dalla dinastia safavide (la quale, sebbene di origine turca, adottò costumi persiani), che si estesero entrambi in Asia centrale. Gli obiettivi attuali di Teheran sono modesti. Si limitano a evitare l’affermazione di egemonie ostili che possano premere sulle frontiere settentrionali della Repubblica islamica.

Tutte e quattro queste potenze hanno mobilitato le proprie risorse con iniziative culturali per raggiungere i propri obiettivi. Nello specifico, istituti per diffondere la propria lingua, scambi culturali, collaborazioni accademiche e infrastrutture ad alto valore simbolico, a seconda delle possibilità di ciascuna.

La Russia, come prevedibile, fa leva sui legami linguistici, soprattutto attraverso l’associazione culturale Russkij Dom. Quest’ultima, ad esempio, è presente con quattro sedi in Kazakistan e due in Kirghizistan. Inoltre, la rete di Russkij Dom è estremamente attiva anche in Tagikistan. Sul lato educativo, Mosca tenta di attrarre giovani talenti locali nelle proprie università tramite quote. Si parla di quasi mille posti nel caso degli studenti uzbeki e kirghisi. Eppure, proprio la centralità della lingua russa nella proiezione politico-culturale di Mosca suggerisce la crescente difficoltà per il Cremlino nel mantenere la propria influenza nella regione centroasiatica, in particolare dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Ad esempio, nel febbraio 2026 il governo kazako ha indebolito lo status del russo, equiparandolo alla lingua locale.

La Cina, invece, sostanzia la propria influenza geo-economica sull’Asia Centrale facendo leva soprattutto sulla rete degli Istituti Confucio: ne risultano operativi 13 (il primo è stato aperto nella capitale uzbeka, Tashkent, già nel 2004), assieme a 24 Aule Confucio. La rete è ben distribuita in tutti i Paesi, seppure in misura minore in Turkmenistan, in linea con il suo sistema istituzionale e la sua postura geopolitica neutrale. A conferma della crescente influenza cinese nell’area, Pechino ha anche finanziato la costruzione di edifici simbolici, come la sede del parlamento del Tagikistan.

Comunque sia, l’espansione culturale cinese nella regione è ben più profonda. L’Asia centrale è stata infatti il primo teatro in cui la Cina ha cercato di costruire, già all’inizio di questo secolo, una narrazione alternativa dell’ordine internazionale a guida americana, basata sulla non ingerenza negli affari interni e sul rigetto dell’estensione dei valori democratici di stampo occidentale, in particolare tramite le “rivoluzioni colorate”. Il veicolo di tale discorso è stato l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, fondata nel 2001 assieme a Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, poi estesa a nuovi membri. In effetti, recentemente, il diplomatico cinese Wang Yusheng ha affermato esplicitamente che uno dei più grandi successi dell’organizzazione è stata la difesa degli Stati membri dalle «rivoluzioni colorate incitate dagli idealisti neoconservatori degli Stati Uniti».[1]

La Turchia invece opera soprattutto tramite lingua, istruzione superiore e cornici turcofone. Lo strumento privilegiato sono infatti piattaforme accademiche che diffondono cultura e lingua turca, rafforzando i legami tra le università anatoliche e quelle dell’Asia Centrale. Un esempio rilevante è l’Istituto Yunus Emre (YEE). Si tratta di un’organizzazione, fondata nel 2007, che si occupa di diplomazia culturale. La YEE ha attualmente sedi sia ad Astana sia a Bishkek. Oltre a ciò, spicca la cooperazione tra università. Un caso emblematico è l’Akhmet Yassawi International Kazakh-Turkish University, centro universitario kazako-turco fondato nel 1991. In modo simile, il governo turco e quello kirghiso hanno istituito la Kyrgyz-Turkish Manas University nel 1995.

La piattaforma accademica più strutturata resta però la Turkic University Union. Si tratta di una rete accademica che promuove la cooperazione – ricerca congiunta, condivisione dei curricula e mobilità degli studenti – tra le università dei Paesi dell’Organizzazione degli Stati Turchi (OTS). Quest’ultima è infine la veste istituzionale che Ankara intende utilizzare per veicolare la propria influenza in Asia centrale. Sul piano strettamente diplomatico, il disegno turco ha raggiunto risultati non trascurabili.

L’OTS è stata fondata nel 2009 e ne fanno parte Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Turchia e Uzbekistan. A questi si aggiungono tre Stati osservatori: Turkmenistan (che non è membro in quanto Stato neutrale), Ungheria e Cipro Nord. L’ammissione di quest’ultimo è un indubbio successo di Ankara, considerato che la repubblica turco-cipriota non è riconosciuta dagli altri membri. Inoltre, con il coinvolgimento di Cipro Nord, la Turchia collega idealmente il teatro centroasiatico con quello mediterraneo.

L’impronta dell’Iran è più circoscritta, sia per oggettivi limiti di potenza sia per il fatto che Teheran ha profondi legami culturali solo con il Tagikistan, unica popolazione iranica della regione. Ad esempio, il ministero degli Esteri tagiko promuove le giornate culturali iraniane a Dushanbe, Khujand e Bokhtar. Dal canto suo, Teheran ricambia con le giornate culturali tagike nella Repubblica islamica. Comunque sia, anche a fronte di risorse ridotte, l’Iran ha a sua disposizione la propria profondità culturale e linguistica, alla base di una diffusa presenza in tutta l’Asia centrale di corsi di lingua farsi e delle attività della Saadi Foundation, istituzione che diffonde la cultura persiana.

Rischi contenuti e competizione gestibile

Tale quadro consente di tracciare i possibili rischi connessi alle iniziative culturali promosse da queste potenze. Nel caso russo, un elemento potenzialmente sensibile è rappresentato dalla diaspora, in particolare in Kazakistan, dove la popolazione russa corrisponde a circa il 15% del totale. In linea teorica, una simile presenza potrebbe costituire un fattore destabilizzante, dunque un potenziale rischio socio-politico per gli equilibri interni del paese. Tuttavia, tale rischio appare oggi contenuto per tre motivi.

Innanzitutto, quando è stata chiamata a intervenire nel gennaio 2022 in seguito ai disordini interni al Kazakistan, la Russia ha agito in favore del governo di Astana, quindi evitando di destabilizzare il proprio vicino. Inoltre, vanno considerate due ulteriori dinamiche: da un lato, la spinta dei governi locali a ridurre il peso della lingua russa; dall’altro, il più generale declino dell’influenza di Mosca nell’area.

Per quanto riguarda la Cina, le sue iniziative non sono mai state orientate a destabilizzare i paesi centro-asiatici. Al contrario, Pechino ha un interesse diretto alla stabilità della regione. Un’Asia centrale instabile potrebbe infatti favorire la diffusione di forze islamiste, con il rischio di contagiare lo Xinjiang, cuscinetto fondamentale per la sicurezza della Repubblica popolare. Il pericolo principale, semmai, deriva dalla più generale crescita della presa cinese su tali paesi, che potrebbero progressivamente sviluppare una dipendenza eccessiva da Pechino. Anche questo rischio, però, pur essendo reale, sembra per ora arginato dalla politica estera multi-vettoriale dei governi centro-asiatici.

Un discorso in parte analogo vale per la Turchia. Ankara non punta a mettere in difficoltà i governi dell’Asia centrale, con i quali ha invece interesse a strutturare rapporti sempre più stretti all’interno dell’Organizzazione degli Stati Turchi. Inoltre, il peso turco nella regione resta comunque limitato, anche in quanto la Turchia dispone di mezzi più ridotti rispetto a Pechino e Mosca. Va poi sottolineato un ulteriore elemento: la leva culturale utilizzata da Ankara non è l’islamismo, che potrebbe finire per destabilizzare i regimi politici vigenti, bensì i legami panturanici, molto meno insidiosi per la tenuta interna degli Stati locali.

Ancora più ridotto è infine il ruolo dell’Iran, non comparabile rispetto all’influenza che Teheran esercita in Medio Oriente. La capacità iraniana di incidere sugli equilibri centro-asiatici resta modesta e confinata soprattutto ai rapporti con il Tagikistan, il che ne limita fortemente anche il potenziale di rischio.

In definitiva, i rischi derivanti dalle iniziative culturali di Russia, Cina, Turchia e Iran risultano gestibili. Non casualmente, esse vengono ben accolte dagli Stati locali. Anzi, rappresentano una leva utile per continuare bilanciare i rapporti con grandi e medie potenze, al fine di evitare di schiacciarsi troppo su un solo attore e di allargare i propri margini di manovra. Dunque, la presenza culturale delle quattro potenze sopra citate, per ora, è stata agevolmente gestita in forza alla postura multi-vettoriale dei governi centro-asiatici. Questi restano infatti attenti a non legarsi troppo a nessuna potenza e anzi aperti ad approfondire i rapporti con i paesi occidentali.

Lo spazio strategico per Europa e Italia

In tale quadro, l’Europa e l’Italia possono giocare un ruolo importante, offrendo ulteriori sponde ai Paesi centroasiatici e prevenendo il consolidamento di egemonie ostili in Asia Centrale, area strategica anche solo data la diffusa presenza di risorse energetiche e minerarie.

Europa e Italia potrebbero fare leva su iniziative culturali già esistenti. Roma è attiva con borse di studio e diplomazia culturale, a cui si aggiungono le iniziative universitarie dell’Unione Europea (1.150 progetti di mobilità dal 2015 al 2019). Tuttavia, si tratta di programmi del tutto sconnessi da una più generale visione di politica estera per l’Asia Centrale, a differenza di quelli delle potenze sopra menzionate. Le opportunità per i Paesi europei, tra cui l’Italia, ci sono: vanno colte in modo strategico.


[1]    Wang Yusheng citato in R. Doshi, The Long Game: China’s Grand Strategy to Displace American Order, New York, Oxford University Press, 2021, p.167.

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