L’Heartland si risveglia: Mosca, Pechino e il sogno del dominio continentale (prima parte)

Come la Russia e la Cina tentano di consolidare il controllo terrestre dell’Eurasia per ridurre la dipendenza dai mari

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La questione del controllo dell’Asia Centrale non rappresenta un mero posizionamento tattico, ma affonda in una precisa interpretazione dei grandi spazi geografici riconducibile alla teoria di Halford Mackinder (1861-1947)[1]. Secondo il geografo inglese i rapporti tra le grandi potenze erano impostati secondo la perenne tensione tra le civiltà di mare e quelle di terra: le prime, generalmente costiere o insulari, traevano la propria forza dal controllo delle rotte commerciali marittime; le seconde invece erano incentrate sui vasti territori dell’entroterra.

In particolare, le civiltà terrestri tendevano a ricercare il dominio sull’Heartland, termine con cui Mackinder definiva l’immensità geografica compresa tra il fiume Volga, in Russia, e quello Azzurro, in Cina, e tra il Mar Glaciale Artico e la catena montuosa dell’Himalaya. Tale gigantesco spazio racchiudeva il cuore della grande massa continentale euro-afro-asiatica: essendo virtualmente irraggiungibile dalle potenze marittime a causa della sua lontananza dalle coste, esso costituiva un potenziale centro di potere impenetrabile alle proiezioni di potenza esterne. Qualunque civiltà fosse riuscita a controllarlo interamente, secondo Mackinder, avrebbe finito inevitabilmente per dominare l’Eurasia e – con essa – il mondo.

Oggi non siamo più nel 1904, l’anno in cui Mackinder espose la sua teoria. Le evoluzioni politica e tecnologica hanno modificato i rapporti di forza tra le grandi potenze e i modi con cui questi possono esprimersi. Tuttavia, alcune indicazioni chiave restano valide. A maggior ragione in un contesto di accresciuta competizione globale tra una superpotenza che lega la propria forza direttamente alla superiorità navale e all’accesso libero ai mercati internazionali, come gli Stati Uniti d’America, e due superpotenze legate invece a una concezione chiusa e territoriale della propria civiltà, come Russia e Cina. In questo contesto, se il quadrato Volga-Artico-Fiume Azzurro-Himalaya rappresenta l’Heartland dell’Eurasia, l’Asia Centrale senza dubbio costituisce l’Heartland dell’Heartland

La stagione storica iniziata con la fine della Seconda guerra mondiale ha visto gli Stati Uniti emergere come superpotenza globale, proprio in forza del proprio controllo delle rotte navali e dei grandi spazi oceanici, che hanno in qualche modo fornito a Washington il surrogato delle grandi distese russe e cinesi in termini di profondità strategica e sicurezza. Tuttavia, negli ultimi due decenni la competizione con gli Stati Uniti ha spinto i suoi avversari a cercare di tutelare i propri interessi, economici e di sicurezza. Una necessità che riguarda direttamente l’Asia centrale.

Pechino nelle steppe: una necessità strategica e una presenza emergente

La Cina, in particolare, ha visto emergere un dilemma esiziale: con una domanda interna storicamente bassa, l’economia cinese è largamente dipendente dal ruolo di “fabbrica del mondo” acquisito a fine XX secolo per soddisfare le richieste degli acquirenti internazionali. La performance economica cinese è sempre stata basata primariamente sulle esportazioni. Allo stesso modo, l’industria cinese dipende – specialmente sul piano energetico, a causa della immensa domanda – dalle importazioni dall’estero. Ad oggi i minori costi sul piano del trasporto e della logistica rendono le vie marittime le uniche attrezzate per poter sostenere i volumi di traffico richiesti.

La sfida strategica tra Cina e Stati Uniti ha tuttavia evidenziato una criticità nella supply chain di Pechino: la superiorità navale americana consente a Washington, in caso di necessità, di tagliare fuori la Cina dai mercati globali e dalle sue fonti di approvvigionamento. In particolare, la presenza di alcuni chokepoints (colli di bottiglia) geografici costringe le rotte cinesi all’interno di alcuni spazi ristretti facilmente controllabili: lo stretto di Malacca, tra Indonesia e Malesia; lo stretto di Hormuz, tra Iran e Oman; lo stretto di Bab-el-Mandeb, tra Yemen e Corno d’Africa.

La risposta cinese a tale criticità è stata la Nuova via della seta (Belt and Road Initiative, Bri), lanciata nel 2013 dal neo-eletto presidente cinese Xi Jinping. Presentata come un progetto volto a favorire gli investimenti cinesi all’estero e rafforzare il soft power di Pechino, la Bri ha unito due esigenze fondamentali della potenza emergente cinese: mantenere il vitale mercato europeo agganciato all’industria sinica e al contempo espandere tale legame senza dipendere eccessivamente dalle rotte marittime controllate dall’avversario americano. In questo contesto l’Asia centrale è emersa come un tassello fondamentale del disegno cinese[2]. Non a caso, il lancio della Bri avvenne ad Astana, capitale del Kazakistan, il più grande tra i cinque Paesi della regione (i cosiddetti “cinque Stan”).

Gli investimenti in infrastrutture si sono espansi drammaticamente negli ultimi cinque anni, andando in controtendenza anche rispetto a una relativa riduzione degli investimenti in altri contesti caratterizzati da un’elevata presenza economica cinese come l’Africa. Solo nella prima metà del 2025 la Cina ha destinato alla regione centroasiatica investimenti pari a 25 miliardi di dollari, di cui ben 23 diretti verso il Kazakistan. L’esplosione del commercio sino-centroasiatico è stata repentina: se nel 1992 l’interscambio complessivo non ammontava che a 460 milioni di dollari, nel 2024 aveva superato quota 94 miliardi, rendendo Pechino il primo partner economico della regione[3].

Ma la questione non è costituita semplicemente da un fattore economico, dal momento che questo è stato accompagnato da un aumento esponenziale dell’influenza commerciale e legale cinese sui Paesi centroasiatici. Il 18 giugno 2025 le cinque nazioni dell’Asia centrale hanno firmato il Trattato di buon vicinato permanente con la Cina. L’intesa rappresenta un ulteriore passaggio di integrazione della regione nei piani di Pechino, dopo l’adesione dei “5 Stan” all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, prima incarnazione del progetto euroasiatico cinese. L’accordo di buon vicinato impegna gli Stati firmatari ad adattare i propri ordinamenti interni per favorire un maggiore coordinamento commerciale e una più solida integrazione economica. Le sei nazioni si impegnano anche a non concludere alleanze dirette contro un altro firmatario.

Gettando le basi per un ordine legale chiaro per i propri investimenti, Pechino non ha semplicemente sancito il ruolo ritagliatosi in Asia centrale ma ha anche evidenziato la grande trasformazione della regione da periferia post-sovietica a snodo centrale dell’Eurasia. La deriva generalmente pro-cinese dei Paesi centroasiatici non è solamente una questione di volume di investimenti, ma un tema politico: nessuna nazione occidentale, il cui focus è preminentemente marittimo e orientato a regioni molto lontane dalle profondità centroasiatiche, potrà mai offrire agli “Stan” altrettanta centralità geopolitica di quanta gliene offra la Cina.

L’obiettivo di Pechino è completare l’infrastrutturazione del cosiddetto Middle Corridor(Corridoio di Mezzo)[4], detto anche Trans-Caspian International Transport Route (Rotta di trasporto internazionale trans-caspica). Una rete di collegamenti ferroviari, strutture energetiche, scali aeroportuali, mega-porti e siti di stoccaggio capaci di sostenere volumi di traffico sempre maggiori da e per la Cina, con il Mar Caspio trasformato in utile ponte verso i mercati europeo, russo e turco. I collegamenti ferroviari tra Cina e Asia centrale sono già passati da 1.700 nel 2016 a 19.000 nel 2024[5]. Sebbene l’investimento infrastrutturale lungo l’asse Pechino-Astana-Baku non sia ancora in grado di rimpiazzare efficacemente il trasporto marittimo, esso è destinato in prospettiva a divenire una valida alternativa.

Quando tra il novembre 2025 e il gennaio 2026 droni ucraini hanno colpito le petroliere e i terminal sul Mar Nero del Caspian Pipeline Consortium (Cpc), la compagnia che gestisce le esportazioni energetiche kazake e che controlla circa l’1% di tutta la produzione petrolifera globale, Astana ha prontamente spostato oltre 300.000 tonnellate di greggio su altre strutture[6]. In particolare, 50.000 tonnellate sono state inviate con successo direttamente in Cina, attraverso l’oleodotto di Atasu-Alashankou, aggirando così la precedente rete di trasporto legata alla Russia[7] (segue).


[1] Si veda: “Il perno geografico della storia, ovvero il pivot d’Asia” (a cura di Massimo Roccati), Le due rose Editore, Milano 2019.

[2]Julia Bird, Mathilde Lebrand, Anthony J. Venables, “The Belt and Road Initiative: Reshaping economic geography in Central Asia?”, in Journal of Development Economics, Vol. 144, Maggio 2020.

[3] Hao Nan, “China builds bridges on uneven ground in Central Asia with new collective treaty”, East Asia Forum, 23 agosto 2025.

[4] Fabio Indeo, “The Bri and the rising importance of the Middle Corridor”, Nato Defense College Foundation, 16 novembre 2023.

[5] Hao Nan, “China builds bridges on uneven ground in Central Asia with new collective treaty”, East Asia Forum, 23 agosto 2025.

[6] Baird Maritime, “Kazakhstan moves thousands of tonnes of oil away from CPC after attack”, 16 gennaio 2026.

[7] Reuters, “Kazakhstan to supply some Kashagan oil to China directly due to CPC damage, sources say”, 8 dicembre 2025.

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