Mosca in Asia centrale, tra antica potenza e nuove sfide
(continua) Questo evento mette in luce un altro aspetto centrale della riconfigurazione geopolitica in corso in Asia centrale, vale a dire la crescente interrelazione e rivalità tra i citati progetti cinesi e gli analoghi disegni geopolitici russi. Dalla metà del XIX secolo, Mosca ha sempre considerato la regione un vitale bacino per la propria sicurezza e un retroterra strategico per i propri interessi economici e militari.
Negli anni Novanta, con il collasso dell’Unione Sovietica, la Russia ha per la prima volta perso momentaneamente la presa sull’Asia Centrale. Zbigniew Brzezinski[1] identificava nella regione un elemento centrale dell’ordine euroasiatico e un potenziale “ventre molle” per la Russia post-sovietica, la cui debolezza rendeva problematico il controllo dell’immensa frontiera con la steppa centroasiatica.
Non a caso, nel 1992 Mosca varò l’Organizzazione del trattato per la sicurezza collettiva (Csto), un’alleanza politico-militare volta a riconfermare l’influenza storica russa in Asia centrale e Caucaso. Al versante militare, si è affiancato il progetto geo-economico del Corridoio internazionale per il trasporto Nord-Sud (Instc)[2], lanciato ai primi Anni Duemila e basato sull’idea di collegare San Pietroburgo a Mumbai, in India, attraverso una rete di collegamenti ferroviari capaci di fare a meno di Suez.
Sebbene l’idea, che ricalca l’ambizione storica russa di conseguire uno sbocco sull’Oceano Indiano, sia in uno stadio meno avanzato della Nuova Via della Seta cinese, l’Instc ha il vantaggio di coagulare assieme gli interessi convergenti di vari attori (Russia, India, Iran, Azerbaijan, Kazakistan). Esplicitandoli e riconducendoli tutti a un unico progetto geopolitico.
La Russia ha così reclamato il proprio ruolo di primo partner economico e soprattutto maggior provider di sicurezza nella regione. Una missione codificata nell’articolo 4 del Csto, che legittima un intervento militare a sostegno di uno Stato membro dietro richiesta del suo governo. Non a caso, nei primi Anni Duemila Mosca esercitò intense pressioni sui Paesi centroasiatici affinché espellessero dal loro territorio l’effimera presenza militare americana arrivata in Asia centrale all’indomani dell’11 settembre (obiettivo raggiunto con la chiusura della base aerea di Manas, in Kirghizistan, nel 2014[3]). L’ingresso statunitense nella regione, motivato dalla lotta ai Talebani afghani, rischiava di mettere in dubbio il monopolio geopolitico esercitato dalla Russia, del quale il Csto rappresentava l’incarnazione formale.
Tale funzione è emersa platealmente nel gennaio 2022: l’esplosione di tumulti politici in Kazakistan motivati dall’abolizione del sussidio per la benzina costituì il più grave motivo di instabilità per la regione dalla fine degli anni Novanta. Il governo kazako invocò l’Articolo 4, permettendo a Mosca di inviare un contingente di circa 3.000 soldati a sostegno delle autorità locali. La repressione delle proteste ha contribuito un riaffermare il controllo russo sulla regione[4].
Paradossalmente, solo pochi mesi più tardi l’intervento l’invasione dell’Ucraina ha determinato l’inizio del declino della potenza russa in Asia centrale. Da un lato infatti, il conflitto contro Kiev ha gradualmente costretto il Cremlino a distrarre forze e attenzioni lontano dalla regione. Dall’altro, l’intervento militare russo ha spinto alcuni Paesi a ripensare il proprio rapporto con Mosca, cercando di diversificare i propri legami economici e militari senza per questo porsi in una posizione di sfida nei confronti della Russia.
Un processo da cui si avvantaggiata soprattutto la Cina, ma che non sembra configurarsi come un’aperta rivalità tra le due potenze per il controllo dell’Asia centrale. Al contrario, Mosca e Pechino sembrano aver raggiunto un modus vivendi nella regione basato su una serie di premesse fondamentali condivise: il desiderio di infrastrutturare l’Asia centrale per trasformarla nello snodo terrestre euroasiatico; l’ostilità alla penetrazione occidentale nella regione.
Cina e Russia e le ricadute della loro presenza in Asia centrale
La Cina desidera collegare direttamente la sponda orientale dell’Eurasia (l’Estremo Oriente) con quella occidentale (l’Europa). La Russia mira a fare lo stesso con la sponda settentrionale (cioè la stessa Federazione Russa) e quella meridionale (il subcontinente indiano). I due progetti si incrociano naturalmente in Asia Centrale, ma non si ostacolano anzi condividono l’obiettivo di scavalcare il controllo americano sulle rotte marittime globali. Inoltre, il potenziamento infrastrutturale della regione servirà entrambi i progetti.
I fatti del Kazakistan del 2022 lasciano anzi intravedere una possibile ripartizione (relativa e ufficiosa) dei compiti. Alla Russia il ruolo di garante securitario della regione, in forza della sua esperienza storica e della già concreta e riconosciuta presenza militare nei Paesi centroasiatici, con l’obiettivo di mantenere la stabilità dell’Asia centrale per tutelare i propri confini meridionali ma anche gli investimenti stranieri. Alla Cina la funzione di motore economico, di primo partner commerciale ed erogatore di investimenti e servizi, un ruolo che i Paesi centroasiatici possono vivere come un utile disimpegno dal rapporto storico con Mosca senza per questo impensierire quest’ultima. Il cui legame privilegiato con l’alleato cinese consente a Pechino di non sobbarcarsi i costi politici di dover difendere i propri investimenti schierando forze sul campo.
Il disegno russo-cinese per l’Asia Centrale, pur nelle sue rivalità tattiche, è saldato da un interesse strategico chiaramente anti-occidentale. L’obiettivo di aggirare il controllo americano sulle rotte marittime globali, in particolare lungo l’asse Singapore-Suez, costituisce un elemento di rischio per le nazioni mediterranee come l’Italia che sull’idea di divenire l’approdo di questi flussi commerciali ha basato buona parte della propria postura economico-industriale.
Sviluppare una strategia per consolidare la presenza italiana ed europea lungo il corridoio Istanbul-Baku non rappresenta soltanto un’opportunità per le aziende italiane, ma anche una precauzione strategica necessaria a tutelare le linee di approvvigionamento del Sistema Paese[5]. Roma, che nel 2025 rappresenta il terzo partner commerciale del Kazakistan dopo Cina e Russia[6], è nella posizione per sfruttare questa finestra d’opportunità per espandere la propria presenza nella regione. Definendola per quello che è: non una mera entratura commerciale, ma una necessità strategica imperativa.
[1] Si veda: Zbigniew Brzezinski, “La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana” (a cura di Mario Baccianini), Longanesi, Milano, 1998.
[2] Federico Sangalli, “Amicizia senza limiti” tra Russia e Iran, un grande progetto nel cuore dell’Eurasia, Aliseo, 5 giugno 2023.
[3] Akhilesh Pillalamarri, The United States Just Closed Its Last Base in Central Asia, The Diplomat, 10 giugno 2014.
[4] Maximilian Hess, The meaning of Russian troops in Kazakhstan, Riddle, 12 gennaio 2022.
[5] Vagit Ismailov, Italy Courts Central Asia: Trade, Transit, and Tech Take Center Stage, The Times of Central Asia, 30 maggio 2025.
[6] Assel Satubaldina, Close-Up Look at Kazakhstan’s Foreign Trade: China Becomes Top Trade Partner, as Non-Commodity Exports to Asia Rise, The Astana Times, 27 febbraio 2024.





