L’influenza culturale è una risorsa preziosa. A differenza di un intervento militare o di importanti investimenti geo-economici, un’iniziativa che mira a diffondere la cultura di un determinato soggetto geopolitico comporta pochi rischi. Può essere interrotta in qualsiasi momento, senza i contraccolpi in termini di credibilità che si verificherebbero negli altri due casi. Inoltre, la cultura è un veicolo di influenza geopolitica estremamente efficace. Se i valori e le idee di uno Stato penetrano nella società di un altro, sarà molto complicato per il governo del secondo prescindere dall’agenda del primo. Non è quindi un caso che il politologo statunitense Joseph Nye abbia spiegato la potenza senza precedenti degli Stati Uniti introducendo il concetto di soft power: la capacità di un attore internazionale di influenzare le azioni di un altro facendo leva su fattori immateriali, quali cultura, ideali e valori.[1]
Tuttavia, anche se potente, l’arma culturale non è decisiva. Quando sono in gioco interessi vitali, prevale chi è più propenso al rischio. Quindi chi impiega meglio le risorse materiali: economiche, militari e umane. In sintesi: a parità di condizioni, l’hard power tende a prevalere sul soft power. In effetti, storicamente, le potenze hanno usato la cultura solo come complemento del potere militare ed economico.
Il valore strategico dell’Asia centrale
Ma ci sono delle eccezioni a questa regola. L’Asia centrale è una di queste. Sono due le principali motivazioni di questa peculiarità centroasiatica. La prima ha a che vedere con la storia di questa regione. La seconda è di matrice prevalentemente geostrategica. Nel corso dei millenni, l’Asia centrale è stata un’area di incontro, scontro e sintesi tra diversi ceppi: turanici, persiani, cinesi e russi. Sono stati molteplici gli imperi che hanno esteso la propria influenza su questa regione. Ciascuno ha lasciato la propria impronta culturale. Tutto ciò ha una rilevanza contemporanea. In effetti, i soggetti geopolitici eredi di quegli imperi – Russia, Cina, Turchia e in parte l’Iran – cercano di fare leva su quell’eredità per tutelare i propri interessi in Asia centrale.
Tuttavia, e questa è la seconda motivazione, la regione centroasiatica è importante ma non prioritaria per tutti questi attori. Detta in altri termini, gli interessi vitali di ciascuna di queste potenze si decidono in altri teatri, nei quali viene spesa la maggior parte delle risorse materiali.
Conseguentemente, alla luce della possibilità di fare leva su memorie secolari o millenarie e della necessità di non pregiudicare i propri impegni in aree più rilevanti, per tali potenze è d’uopo usare l’arma della cultura: mezzo privilegiato ma non esclusivo per estendere la propria influenza in Asia centrale. Ma per capire l’importanza delle iniziative di soft power centroasiatiche di tali attori, occorre tracciarne interessi e radici storiche nell’area.
Le potenze nella regione e l’eredità degli imperi
L’eredità culturale russa in Asia centrale è frutto della sua lunga dominazione della regione, a seguito della conquista avvenuta in diverse fasi dagli anni Trenta del XVIII secolo fino alla fine del XIX. L’espansione zarista nello spazio centroasiatico si inseriva nella percezione che faceva coincidere sicurezza e conquista territoriale. Lo scopo era quello di acquisire cuscinetti per proteggere il cuore dell’impero, ponendo contemporaneamente le basi per avvicinarsi ai mari caldi del golfo Persico. Proprio queste mire russe furono motivo di grande preoccupazione per l’Impero britannico, interessato a tutelare i suoi possedimenti indiani. Una situazione sfociata in quella rivalità tra Londra e Mosca in Asia centrale conosciuta come “grande gioco”.
Oggi la Russia punta a conservare quanta più influenza possibile sulle cinque repubbliche dell’Asia centrale, facendo leva sulla diaspora (il 15% della popolazione del Kazakistan è russa), sui legami con le élite postsovietiche e sulla lingua di Tolstoj.
Ma sono altri gli attori in ascesa nell’area. In particolare, la Repubblica popolare cinese. L’Asia centrale è stata storicamente l’area di transito delle antiche vie della seta, canali tramite cui gli imperi cinesi proiettavano la propria influenza economica verso occidente. Circostanza ancora presente in epoca attuale. Le cinque repubbliche centroasiatiche non sono solo fondamentali per i corridoi terrestri della Belt and Road Initiative, ma anche un bacino di risorse cruciali (idrocarburi in primis) e un mercato di sbocco per l’economia cinese. Inoltre, rappresentano un’area cuscinetto per prevenire destabilizzazioni di matrice jihadista nello Xinjiang, a sua volta fondamentale per salvaguardare il cuore han della Cina.
La Turchia è il soggetto che, con qualche inevitabile semplificazione, può vantare i legami più antichi e autentici con la regione. In Asia centrale sorse la prima entità politica turca, il mitico Khaganato Göktürk, nel VI secolo. Oggi l’obiettivo di Ankara è sfruttare le connessioni etnico-culturali con i Paesi centroasiatici per accumulare quella massa critica necessaria a sostanziare le proprie ambizioni di potenza. A tal fine, la Turchia sfrutta in modo paradossale la propria relativa debolezza rispetto a Cina e Russia, presentandosi come sponda terza presso le capitali locali, desiderose di non restare sotto il dominio cinese e russo. Nella sostanza, Ankara applica all’Asia centrale il concetto del “peso determinante” elaborato dal ministro degli Esteri del regime fascista Dino Grandi per l’Italia.
[1] J. S. Nye, Soft Power: the Means to Success in World Politics, New York, Public Affairs, 2004,





