Salvare l’eredità romana per salvare l’Occidente (seconda parte)

La civiltà classica ha rappresentato le fondamenta della supremazia occidentale sul mondo. Il caso degli imperi anglosassoni. Dai padri fondatori all’esercizio dell’egemonia sui propri satelliti: la parabola degli Stati Uniti è legata doppio filo a Roma. Per fermare il declino bisogna riscoprire i classici

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La radice romana degli Stati Uniti è poi emersa in tre momenti decisivi della loro storia: indipendenza, ascesa a potenza egemone dell’emisfero occidentale e conquista dell’egemonia globale. L’influenza dell’Antica Roma nelle vicende concernenti l’indipendenza delle Tredici Colonie nordamericane è visibile su due piani. Innanzitutto, la civiltà romana era una fonte di ispirazione per i padri fondatori. Jefferson, Hamilton, Franklin e Madison riempivano le loro orazioni con riferimenti a Roma. Chiari anche nel nome della sede del Congresso: Capitol Hill, cioè Campidoglio. Un riferimento che diviene ancora più esplicito nel quadro L’Apoteosi di Washington dell’artista Constantino Brumidi (madre italiana e padre greco, guarda a caso), in cui il primo Presidente degli Stati Uniti viene raffigurato come un dio romano.

Il secondo è ancora più rilevante, perché ha a che fare con l’arte di governo. Come hanno sottolineato diversi storici, la dichiarazione di indipendenza fu anche un’azione di politica estera, finalizzata a ricevere il sostegno della Francia. In tal senso, i Padri Fondatori si rivelarono essere degli ottimi conoscitori dei meccanismi dell’equilibrio di potenza, quindi della realpolitik, come rivendicato anche dai teorici delle relazioni internazionali americani di scuola realista.[1] Anche dopo l’indipendenza, gli statisti statunitensi continuarono a sfruttare le rivalità tra gli altri attori politici al fine di tutelare gli interessi securitari americani, identificati innanzitutto con il potenziamento della repubblica.

Questo fa emergere un continuum della parabola statunitense individuata dallo storico italiano Mario Del Pero: tra i leader degli Stati Uniti è sempre stata presente la percezione per cui la preservazione delle libertà interne della repubblica necessitasse un equilibrio di potenza esterno favorevole alla stessa libertà. Il che venne in molti casi identificato con l’espansione geopolitica degli USA. Come nota Del Pero, infatti, dalla prospettiva dei Padri Fondatori i termini “repubblica”, “unione” e “impero” erano di fatto interscambiabili.[2] L’espansione imperiale degli USA non fu quindi il tradimento della repubblica: fu la sua naturale affermazione. Qui riemerge la radice romana dell’America.

Quanto al secondo momento, quello della primazia nelle Americhe, basti ricordare che in tale fase l’espansione statunitense si realizzò innanzitutto tramite il rafforzamento navale. Un indirizzo basato sulle idee del Contrammiraglio Alfred Thayer Mahan, secondo cui il dominio del mondo deriva dal dominio delle onde. Nel suo libro The Influence of Sea Power Upon World History, Mahan menziona le guerre puniche come primo caso storico che supporta la sua tesi. Secondo lo stratega americano, la repubblica romana sconfisse Annibale in quanto dominava il mediterraneo, costringendo il leader cartaginese a una lunga e tortuosa campagna terrestre, che ne ha logorato le forze.[3]

Il terzo momento è quello conseguente alla Seconda guerra mondiale. La vittoria sull’Asse e la necessità di prevenire il dominio sovietico sull’Eurasia portò gli USA a edificare un’egemonia senza precedenti per influenza e profondità in Europa Occidentale e, in parte, Asia Orientale. Questo dato è di fondamentale importanza. Esso sottolinea infatti che la continuità tra Roma e America non è solo confinata al campo culturale, ma si estende a quello strategico. La storia europea è stata segnata dal fallimento di diverse potenze nell’imporre la propria supremazia sul continente. Ogni volta emergeva una coalizione che sconfiggeva l’aspirante egemone. Solo Roma riuscì nell’impresa. La motivazione del suo successo è stata individuata dallo stratega Edward Luttwak nel fatto che gli antichi romani furono in grado assimilare le popolazioni sottomesse, le quali diventavano romane esse stesse, legittimando l’impero. In sostanza, il dominio dei romani era consensuale, quindi estraneo al campo della strategia, che è legata necessariamente a un contesto competitivo, richiedente un dispendio di risorse alla lunga insostenibile.[4]

Si è ripetuta la stessa dinamica con l’egemonia americana sui Paesi occidentali. Le leadership degli USA nel continente ha annullato i conflitti intra-europei, come quello franco-tedesco. In effetti, la supremazia statunitense in Europa si è esplicata con metodi consensuali. Un processo che è stato certamente favorito dalla convergenza di interessi geopolitici tra gli europei e gli statunitensi nel prevenire il soggiogamento del continente da parte dei sovietici. Ma che è stata rafforzata dalla diffusione della cultura e degli ideali americani tra le élite europee. Tra l’altro, gli USA stessi hanno finito per dover far fronte a dei vincoli derivanti dalla loro posizione di predominio in Europa. Finendo persino per essere parzialmente influenzati dai propri satelliti. Evidenziando così un altro tratto che li accomuna a Roma: l’eclettismo. In queste circostanze hanno ingaggiato una competizione con i rivali sovietici da una posizione molto privilegiata, fino a stravincere.

Alla fine della Guerra Fredda, gli USA dominavano incontrastati sul mondo, come l’impero romano sullo spazio mediterraneo. Il secondo polo di potenza erano i loro stessi satelliti europei. In una generazione la situazione è molto diversa. Mai negli ultimi 500 anni l’Occidente è stato sfidato con la stessa intensità e, almeno nel caso cinese, con la stessa efficacia. Ci sono molteplici fattori – alcuni indipendenti dagli Stati occidentali – che hanno innescato questa situazione. Ma uno riguarda il più grave errore mai commesso dagli USA. L’egemonia americana, così profonda e pervasiva, poteva essere tale solo nello spazio culturale dell’Occidente, come previsto da non pochi lucidi osservatori, tra cui Huntington.

Le pratiche egemoniche realizzate con metodi consensuali erano adatte con i satelliti, se accompagnate da una politica estera basata su assunti strategici, in particolare sull’equilibrio di potenza (linea rossa che ha accompagnato l’ascesa degli USA), verso altre potenze. Una volta che si è cercato di estendere tale egemonia a Stati non solo non occidentali, ma che non erano stati sconfitti e occupati (come lo fu il Giappone, in circostanze del tutto eccezionali), in nome di una visione economicistica della realtà (Clinton con la Cina), gli USA hanno violato uno dei principi centrali della civiltà classica: la capacità di riconoscere i propri limiti. Questo, in ultima analisi, è il fattore primario dei fallimenti di politica estera statunitense degli ultimi trent’anni.

Non troppo slegato a ciò, va aggiunto un grave e costante decadimento delle istituzioni occidentali. Il quale sta aprendo nuovi spazi a forze anti-sistema che rappresentano il contrario di tutto ciò che ha reso grande l’Occidente, cioè la moderazione, il governo della legge e il mettere la repubblica (o, in termini moderni, lo Stato) sopra i partiti. Dall’ala più radicale dei MAGA all’islamo-gauchisme francese, i movimenti anti-sistema persistono nell’ignorare, se non condannare, l’eredità classica. Non può essere un caso che a questo coincide un continuo declino, con tagli di dipartimenti annessi, degli studi dei classici (e in ambito di studi politici di discipline come la storia diplomatica e gli studi strategici) nelle università occidentali e in particolare anglosassoni.

Gli USA, ultimi rappresentanti dell’Occidente, hanno ancora elementi di potenza straordinari. Ma se questa fase storica si rivelerà essere gli anni del loro declino, lo si deve innanzitutto al decadimento delle istituzioni che furono le fondamenta della supremazia occidentale.

È tipico degli imperi in difficoltà, e in particolare quelli declinanti, attingere alle risorse dei satelliti per competere più efficacemente contro i propri avversari. Non sorprende quindi che gli USA pretendano l’assunzione di maggiori responsabilità da parte dei propri partner. Italia compresa. Ma il nostro Paese non dovrebbe solo contribuire agli sforzi di sicurezza collettiva. Il ruolo più importante che l’Italia – discendente diretta di Roma – dovrebbe svolgere nel salvare l’Occidente da sé stesso è quello di recuperare, salvaguardare e promuovere l’eredità classica. Estendendo tale azione a tutto il mondo latino, il Bel Paese contribuirebbe a rafforzare la posizione globale dell’Occidente. Salvando l’eredità classica. Vero pilastro della prosperità della nostra civiltà.


[1]Cfr. J. J. Mearsheimer, The Tragedy of Great Power Politics,  W.W. Norton & Company, New York – Londra, 2001.

[2]M. Del Pero, Libertà e Impero. Gli Stati Uniti e il mondo, 1776-2011, Gius-LaTera & Figli Spa, Roma-Bari, 2011.

[3]A. T. Mahan, The Influence of Sea Power Upon World History, Mint Editions, 2021. La prima edizione è del 1890.

[4]E. N. Luttwak, Strategia. La logica della pace e della guerra, BUR Rizzoli, Milano, 2016, pp. 130-131. La prima edizione è del 1987.

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