Carta: L’economia delle due Italie dall’Unità a oggi

L’Italia presenta sin dall’unità un chiaro divario di sviluppo economico tra Nord e Sud, ma le dinamiche di crescita e sviluppo sono più complesse di quanto comunemente si pensi. Per questo motivo abbiamo realizzato una carta quadripartita che mostra la variazione del PIL pro capite in rapporto alla media nazionale in quattro momenti chiave della storia economica italiana.

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L’Italia presenta sin dall’unità un chiaro divario di sviluppo economico tra Nord e Sud. I dati raccolti dall’ISTAT e da altri istituti, come la Banca d’Italia, rivelano che fin dai decenni successivi all’Unità esisteva un notevole squilibrio nella capacità produttiva e nella ricchezza della popolazione. Tuttavia, analizzando con cura i dati, emerge che le dinamiche di crescita e sviluppo di quegli anni erano più complesse di quanto comunemente si pensi.

Contrariamente alla percezione comune, il Meridione non è stato fin dall’inizio un blocco uniformemente arretrato. Alcune regioni del Centro-Sud, alla fine dell’Ottocento, mostravano livelli di PIL pro capite prossimi, e talvolta superiori, alla media nazionale, prima di intraprendere un percorso di progressiva divergenza.

Nella seconda metà del XIX secolo, mentre il Piemonte, la Lombardia e la Liguria già disponevano di un tessuto produttivo solido e integrato con l’Europa industriale, alcune aree come il Lazio, la Campania e la Sicilia, forti di un’economia agraria capace di generare surplus, si collocavano non troppo distanti dalla media nazionale.

Con l’inizio del Novecento, il divario economico si accentuò. L’avanzata dell’industrializzazione nel Settentrione rafforzò ulteriormente Piemonte, Lombardia e Liguria, mentre il Centro-Nord consolidò il proprio potenziale produttivo. In questa fase, la Campania non riuscì a imprimere una svolta industriale, allontanandosi dalla media nazionale, e la Sicilia, insieme al resto del Meridione, non riuscì a trasformare la propria vocazione agricola in un salto verso la modernità. Il risultato fu una crescente divergenza, con il Nord-Ovest in crescita e alcune regioni del Centro-Sud in ripiegamento.

Nel secondo dopoguerra, il miracolo economico italiano ebbe il suo fulcro nelle aree settentrionali, che già possedevano infrastrutture, capitale umano e competenze tecniche per agganciare i mercati internazionali e aumentare la produttività. Le politiche d’intervento nel Mezzogiorno, pur imponenti, come la Cassa del Mezzogiorno e vari piani straordinari di sviluppo, non produssero un miglioramento strutturale duraturo. Nella prima metà del dopoguerra, le iniziative di sviluppo coordinate dallo Stato e il progressivo miglioramento delle condizioni di vita lasciavano intravedere la possibilità di un costante seppur lento sviluppo del Mezzogiorno, ma tali prospettive non ressero la prova del tempo. Negli anni ’60 e nei primi anni ’70, l’economia del Meridione crebbe e il divario con il Nord si ridusse lentamente.

Nel frattempo, le regioni del Centro-Nord consolidarono un profilo economico diversificato, affiancando alla grande industria un insieme di piccole e medie imprese innovative, servizi avanzati e filiere connesse ai mercati globali. Il Sud, nel complesso, non fu in grado di sfruttare pienamente queste leve, restando ancorato a ritmi di sviluppo lenti e a un’economia ancora fortemente agricola, dipendente dalla pianificazione statale e sofferente per la mancanza di infrastrutture strategiche.

Dagli anni Settanta in poi, con la fine dell’epoca d’oro dell’industria pesante e l’emergere di nuovi modelli produttivi, il Nord e parte del Centro seppero adattarsi. Trovarono spazi in segmenti di mercato di nicchia, valorizzarono settori emergenti e riorganizzarono la produzione in modo sempre più specializzato. Nel Mezzogiorno, al contrario, l’integrazione con le catene globali del valore rimase parziale.

Oggi, il divario economico tra le regioni resta marcato. Il Nord e alcune aree del Centro si posizionano stabilmente al di sopra della media nazionale del PIL pro capite, dimostrando una capacità di adattamento e di resistenza alle crisi congiunturali superiore rispetto al Sud. Le regioni meridionali, invece, mantengono livelli di PIL pro capite e di reddito disponibile significativamente più bassi, con un trend in continuo declino.

Questo percorso storico rivela come il potenziale per una maggiore convergenza interna non sia stato pienamente sfruttato, culminando in numerose occasioni mancate. L’Italia non può permettersi di trascurare il Sud, che rappresenta il terminale geografico con cui il Paese si proietta nel Mediterraneo e nel mondo. L’evoluzione verso modelli produttivi sempre più specializzati ha premiato i territori capaci di aggiornarsi e sfruttare le opportunità esterne, mentre altre aree sono rimaste indietro. In assenza di strategie di lungo termine in grado di affrontare le radici storiche e istituzionali di queste disparità, il divario tra le diverse aree del Paese è destinato ad aumentare ulteriormente.

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