La tecnologia ha sempre pervaso ogni ambito della vita umana. Ci ha accompagnato fin dall’alba dei tempi e ha scandito l’intera parabola della nostra evoluzione. Dalla nascita della scrittura (anch’essa una tecnologia) alle più sofisticate innovazioni contemporanee, la spinta verso il progresso tecnologico è per noi istintiva, primordiale e atavica: un motore necessario alla sopravvivenza, alla difesa e alla crescita di comunità e Stati.
L’Italia, con la sua storia millenaria, è stata protagonista e testimone di questa incessante corsa all’innovazione. La nostra penisola ha visto nascere, evolversi e crollare l’impero che ha forgiato l’Occidente, è stata terra di conquista ma anche centro di straordinaria creatività. Secoli di scoperte e invenzioni hanno lasciato un’eredità tecnica e scientifica che ha permesso al giovane Regno d’Italia di imporsi rapidamente sul palcoscenico europeo. Questo articolo si propone di evidenziare alcune delle più straordinarie innovazioni italiane nei settori marittimo, aerospaziale, terrestre e informatico, raccontando successi come il leggendario idrovolante Macchi-Castoldi MC-72, i motoscafi siluranti, la Programma 101 di Olivetti – considerata il progenitore del personal computer – e il contributo italiano all’esplorazione dello spazio, con missioni come quella della sonda Rosetta.
Questa rassegna, suddivisa in quattro macroaree non ha la pretesa di essere completa e totale nella sua narrazione ma di raccontare brevemente, al lettore che avrà la pazienza e la curiosità di affrontarla, lo spirito genuinamente rivolto al futuro che ha contraddistinto la nostra Italia fin dai suoi primi passi.
Nel dominio dei mari
Con l’unificazione dei territori italiani, la penisola recuperò l’unità politica e amministrativa che aveva perso secoli prima. Questo evento trasformò l’Italia in un attore significativo nelle affollate acque del Mediterraneo. La posizione geografica e la conformazione del neonato regno richiedevano la creazione di una forza navale capace di operare efficacemente sui mari. Tale forza doveva non solo difendere gli oltre ottomila chilometri di costa, ma anche perseguire gli interessi strategici vitali per la sopravvivenza del nuovo stato.
All’alba della Prima guerra mondiale, l’Impero britannico disponeva della più potente marina militare al mondo, con capacità di proiezione in ogni angolo del globo. La Germania guglielmina, unico vero rivale per la potenza navale britannica, si collocava molto più indietro. L’Italia arrivava al 1914 con una flotta di tutto rispetto, considerando i principali competitori nelle acque “casalinghe” (Francia e Impero austro-ungarico). L’ingresso in guerra nei ranghi dell’Intesa riaccendeva il conflitto contro Vienna, il principale nemico ancora detentore di territori di lingua italiana reclamati dalla monarchia sabauda. Le forze schierate nel mare Adriatico sottolineavano il successo dello sforzo affrontato dall’Italia per arrivare, in breve tempo, allo stesso livello delle potenze continentali. Le marine austriaca e italiana si equivalevano da un punto di vista numerico. Il valore aggiunto per la Regia Marina arrivò dall’introduzione dei motoscafi armati siluranti (MAS). I MAS erano delle imbarcazioni leggere, armate di siluri e bombe di profondità, perfette per tendere agguati al naviglio austroungarico nelle insenature della frastagliata costa dalmata. Il MAS è un esempio perfetto della capacità di adattamento alle condizioni dettate dal conflitto e dal teatro di combattimento. L’introduzione dei motoscafi armati fu un vero e proprio game changer nello scenario adriatico che permise alla marina italiana di affondare diverse corazzate austriache – come la Szent István (Santo Stefano), la Wien e la Viribus Unitis – privando gli asburgici della possibilità di forzare il blocco del canale di Otranto. Nonostante si basassero su tecnologie già esistenti da diversi anni, i MAS furono una risposta innovativa che portò un indiscutibile vantaggio nello sconfiggere lo storico nemico austriaco.
Messe al sicuro le acque dell’Adriatico, con la scomparsa della compagine austro-ungarica, l’attenzione dell’Italia si spostava nelle acque che oggi definiremmo Mediterraneo allargato. Il Mare Nostrum era affollato dal naviglio francese e britannico. Lo strapotere marittimo di Londra fu un fattore determinante nel limitare le capacità operative italiane nella Seconda guerra mondiale e nello sconfiggere il raffazzonato imperialismo mussoliniano. Lo squilibrio delle forze in campo, le limitate disponibilità di carburante e la conduzione approssimativa degli alti comandi rendevano impossibile il compito della Regia Marina. Mentre le principali potenze marittime globali (Stati Uniti e Giappone, oltre al già citato Impero britannico) spostavano l’attenzione sull’importanza dell’aviazione navale e delle navi portaerei, l’Italia, sostanzialmente costretta all’interno del bacino del Mediterraneo, si concentrava sul potenziamento della flotta di navi da battaglia. I regi incrociatori classe Zara (Zara, Pola, Fiume e Gorizia) furono sicuramene tra le migliori navi da guerra varate nel periodo interbellico. Le corazzate classe Littorio (Roma, Vittorio Veneto, Littorio e Impero), disegnate e realizzate in risposta della francese classe Richelieu (Richelieu e Jean Bart), rappresentarono il massimo livello tecnico espresso dalla cantieristica italiana, seppur equipaggiate con cannoni di calibro inferiore rispetto alle controparti statunitense (Classe Iowa) e britannica (Classe Nelson) in termini di capacità operativa e di combattimento potevano rivaleggiare ai massimi livelli. Sia sul naviglio di superficie che subacqueo la Regia Marina era in grado di reggere il confronto, in termini tecnologici, con le altre potenze marittime globali. L’innovazione che forse più di ogni altra simboleggiò l’ingegno e la capacità di adattamento italiane furono i siluri a lenta corsa (SLC/maiali). Gli SLC erano stati ideati per ospitare due operatori e una carica esplosiva, che doveva essere fissata sotto la chiglia delle navi nemiche attraccate in porto. Resi immortali “dall’impresa di Alessandria”, avvenuta nella notte tra il 18 e il 19 dicembre del 1941, i maiali furono sia un’innovazione tecnologica, in quanto dotati di motore elettrico di piccola dimensione in grado di percorrere circa 14 miglia nautiche, che tattica, in quanto ampliavano le capacità italiane nel combattimento anfibio e nel sabotaggio. Soltanto il basso fondale del porto alessandrino impedì di affondare alle corazzate Valiant e Queen Elizabeth. Vennero colpiti anche la petroliera Sagona e il cacciatorpediniere Jarvis. L’impresa di Alessandria ebbe un fortissimo impatto emotivo, oltre che tattico, e i sei uomini che la portarono a termine vennero insigniti, in modo decisamente poco ortodosso, della medaglia d’oro al valor militare dal commodoro della Royal Navy Sir Charles Morgan[1].
La catastrofe della Seconda guerra mondiale non spense lo spirito innovativo e la vocazione marittima del nostro Paese. Scorrendo rapidamente ai giorni nostri, un altro esempio significativo di innovazione, non solo in senso strettamente tecnico, è rappresentato dalle fregate europee multi missione (FREMM). Le FREMM non sono un progetto esclusivamente italiano ma nate da una collaborazione con la Marine nationale francese. L’originalità, che sta permettendo a questo tipo di imbarcazioni di affermarsi, non sta tanto nel concentrato di tecnologie radar, sonar e di combattimento contro mezzi aerei, di superficie e immersi quanto nella sua modularità costruttiva e la sua duttilità, che ne consentono l’impiego in un vastissimo ventaglio di scenari tattici. Anche la U.S. Navy è stata colpita da questo nuovo tipo di imbarcazioni, al punto di commissionarne 10 (altre dieci da ricommissionare al completamento della prima trance) per potenziare le proprie capacità di difesa costiera e pattugliamento in alto mare. La costruzione delle prime dieci unità del progetto FFG(X) “(FF sta per fregata G sta per guided missile e X sta per “progetto in via di definizione”)[2] è stata affidata a Marinette Marine Corporation, una società cantieristica controllata da Fincantieri Marine Group. La modularità costruttiva permette di installare e sostituire facilmente attrezzature e sistemi sia d’attacco che di difesa, rendendo le FREMM efficaci nel combattimento anti-sommergibile, antiaereo e nell’electronic warfare. Questo nuovo tipo di fregata è un eccellente risposta alle necessità di capacità sia difensive che offensive in imbarcazioni più piccole e meno costose rispetto ai cacciatorpedinieri. Tuttavia, le FREMM non sono pensate per sostituire i destroyer ma bensì per offrire maggiore flessibilità e capacità di impiego in più scenari tattici.
Nel dominio dei cieli
Nel raccontare alcuni tra i passi notevoli mossi dal nostro Paese verso la conquista dei cieli inizierò da un aneddoto. Ci troviamo nel 1931, nel Regno Unito, e si disputa quella che sarà l’ultima edizione della prestigiosa Coupe d’ Aviation Maritime Jacques Schneider. La competizione per idrovolanti, fondata dal francese Jacques Schneider nel 1913, divenne ben presto una prestigiosa vetrina internazionale per sfoggiare le migliori capacità progettistiche dei Paesi partecipanti. Si sfidarono per la coppa, nelle varie edizioni, Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Italia, Germania e Giappone, giusto per citare i principali partecipanti. L’edizione del 1931 vide la vittoria degli inglesi che con il modello Supermarine S.6B, ottenendo il ragguardevole record di 547 chilometri orari di velocità media. La vittoria britannica fu incontestata. Italia e Francia, a causa di ritardi dovuti a problemi tecnici nella realizzazione, non riuscirono a consegnare in tempo i rispettivi prototipi. In questo modo gli anglosassoni ottenevano la terza vittoria che gli assegnava permanente il trofeo segnando la fine della competizione. Il rammarico non impedì all’Aermacchi di completare lo sviluppo del suo MC-72, progettato da Mario Castoldi, che nel 1934 ottenne l’insuperato record di 709 chilometri orari di velocità media. Il Macchi MC-72 è ad oggi l’idrovolante con motore a pistoni più veloce mai realizzato.
Questo episodio ci racconta di un’Italia degli anni ’30, dotata di straordinarie capacità progettuali nel campo aeronautico, sia civile che militare. Ci mostra un Paese perfettamente a suo agio nel muoversi in questa nuova dimensione, che ridusse enormemente l’ampiezza del mondo abbreviandone sensibilmente i tempi di percorrenza. Tuttavia, la storia dell’innovazione e delle tecnologie italiane nel campo aeronautico non inizia certamente negli anni 30. Il primo novembre del 1911, durante la guerra italo-turca per il controllo della Libia, l’aviatore italiano Giulio Gavotti lanciò delle granate su un accampamento turco situato nell’oasi di Ain Zara, in Tripolitania[3]. Il bombardamento non causò danni particolari ma apriva la strada ad un utilizzo del mezzo aereo che avrebbe cambiato per sempre il ruolo dell’aeronautica. Un passo fondamentale, estemporaneo nella sua esecuzione, che ebbe un impatto decisivo nel modo di concepire e utilizzare il mezzo aereo.
Tornando ancora più indietro nel tempo, precisamente al 1877, un altro pioniere immaginava e realizzava il primo oggetto in grado di sollevarsi in volo grazie alla spinta di un motore a vapore. Si trattava di Enrico Forlanini, un visionario dell’aeronautica che con un design a due rotori controrotanti coassiali riuscì a realizzare il primo volo verticale a motore, raggiungendo un’altezza di 13 metri. Questo design, avveniristico per l’epoca, è tuttora utilizzato su alcuni modelli di elicottero come il Ka-52 a disposizione dell’esercito russo. Il prototipo di Forlanini precedeva di più di mezzo secolo la realizzazione del primo elicottero effettivamente manovrabile che fu il Focke-Wulf Fw 61 nel 1936.
Riavvicinandoci al presente, si nota che la catastrofe del fascismo e della Seconda guerra mondiale non hanno del tutto oscurato le capacità progettistiche e innovative italiane. Dal 1945 a oggi l’industria italiana del volo ha continuato a giocare un ruolo di primo piano. Basta ricordare la partecipazione alla realizzazione del Panavia Tornado, del Typhoon e dell’attuale collaborazione di Leonardo con la britannica BAE Systems e la giapponese Mitsubishi Heavy Industries, contestualmente al programma “Global Combat Air Programme” (GCAP), per rendersi conto delle capacità tecnologiche e del prestigio a livello internazionale di cui gode la nostra industria aeronautica.
L’ingegneria italiana ha riscosso, inoltre, numerosi successi anche in ambito spaziale. Il 15 dicembre del 1964 l’Italia diventava il terzo Paese a lanciare con successo un satellite in orbita. A sette anni dal lancio dello Sputnik, avvenuto nel 1957, Roma si iscriveva all’esclusivo club delle potenze spaziali. Il lancio del satellite San Marco 1 era il primo passo della nascente industria spaziale del Belpaese che traeva nella nuova frontiera spaziale la sua millenaria tradizione di esplorazioni. Il San Marco non fu un caso isolato. Gli anni sessanta furono fondamentali per lo sviluppo delle capacità spaziali italiane, con l’inaugurazione delle piattaforme di lancio oceaniche Santa Rita e San Marco, nel 1967 a largo delle coste del Kenya, l’Italia si dotava di capacità autonome di lancio di vettori spaziali. La collaborazione con il governo kenyota ha portato alla creazione del centro Luigi Broglio, a trenta chilometri da Malindi, fornendo un inestimabile struttura per la ricerca, la formazione e l’esplorazione del cosmo.
Nel 1975, l’Italia contribuì significativamente alla fondazione dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), affermandosi come uno dei principali protagonisti nello sviluppo delle capacità di esplorazione spaziale in Europa. In seno all’ESA sono stati numerosi i contributi di primo piano apportati dal nostro Paese. La missione che studiò la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko tramite la sonda Rosetta, che il 12 novembre 2015 vi faceva atterrare il lander Philae, fu possibile grazie a un grande contributo della tecnologia italiana. Sia la sonda che il lander erano dotati di diverse strumentazioni progettate e costruite nel nostro Paese. Tra queste si annoverano: strumenti per l’analisi delle polveri della cometa, ottiche per l’acquisizione delle immagini, sistemi per l’acquisizione dei campioni e sottosistemi per i pannelli solari[4].
Il contributo italiano è stato fondamentale anche nella progettazione del lanciatore Vega, capace di trasportare nell’orbita bassa carichi tra i 300 e i 1500 chilogrammi. Oltre all’esperienza nella costruzione di lanciatori, l’Italia è anche uno dei pochissimi Paesi al mondo, insieme a Stati Uniti e Russia, in grado di costruire e lanciare in orbita moduli pressurizzati e abitabili per la realizzazione di laboratori orbitali. Ad oggi “oltre il 40 per cento del volume abitabile della Stazione (spaziale internazionale) è realizzato in Italia[5]”, inoltre il nostro Paese ha fornito il Nodo-2 Harmony, il Nodo-3 Tranquillity, la Cupola e il modulo logistico Leonardo[6]. Il pluridecennale know how italiano nella costruzione di moduli spaziali sarà fondamentale anche nell’ambizioso programma Artemis, il cui primo obiettivo sarà quello di costruire un avamposto umano nell’orbita lunare[7]. La nostra industria spaziale, che conta circa ”220 imprese tra grandi, PMI e start-up e 11 cluster tecnologici regionali e nazionali[8]”, avrà un ruolo di spicco nel progetto Artemis con la costruzione, in collaborazione con l’ESA, dell’International Habitation Module e di un punto di attracco per altri moduli[9].
Nel dominio terrestre
In questa rassegna non possiamo tralasciare le innovazioni italiane nel campo dei conflitti terrestri, ritornando alla guerra italo-turca. Oltre al primo bombardamento eseguito da un aereo, questo conflitto ha visto un’altra novità che avrebbe cambiato in modo radicale la conduzione delle operazioni belliche nel futuro. Parliamo del primo utilizzo di veicoli blindati, armati di mitragliatrice, prima ancora della Prima guerra mondiale. Il veicolo in questione è il Fiat Arsenale, conosciuto anche come Automitragliatice corazzata. Nel conflitto libico ebbe scarso impiego ma divennero subito chiari i vantaggi di poter disporre di un mezzo blindato di supporto alla fanteria. Durante il primo conflitto mondiale, infatti, l’esercito italiano schierò l’Autoblindo Ansaldo Lancia I.Z.. Gli innegabili vantaggi della mobilità e della protezione offerti dalle blindature incentivarono lo sviluppo di veicoli con corazze più resistenti e armamenti più potenti, segnando l’inizio dell’era dei carri armati.
La Prima guerra mondiale rappresentò un tremendo spartiacque nella storia dei conflitti armati, non solo per la sua dimensione globale e il livello inusitato di devastazioni, ma anche per il massiccio utilizzo della tecnologia. Fu immediatamente chiaro che la guerra di trincea avrebbe richiesto un tributo enorme di vite umane. Mentre artiglieria e attacco frontale erano le tattiche preponderanti, sia gli alti comandi che le truppe schierate al fronte iniziarono a pensare a soluzioni alternative. La ricetta italiana fu la creazione degli arditi, un nuovo tipo di fanteria specializzato nel combattimento ravvicinato e nel portare rapidi attacchi a sorpresa per scompaginare le difese nemiche, con lo scopo favorire il successo dell’offensiva principale scagliata in un secondo momento. Gli arditi, come i di poco precedenti Sturmtruppen tedeschi, furono tra i primissimi esempi di fanteria specializzata, dei precursori assoluti delle forze speciali, che si sarebbero distinte in tutti i conflitti successivi. Si era aperta la strada all’utilizzo tattico di unità specializzate ad affrontare particolari scenari, unità in grado di spostare gli equilibri sul campo di battaglia.
Un nome indissolubilmente legato alla qualità e all’innovazione tecnologica italiana negli armamenti è Beretta. La storica dinastia di armaioli ha legato il suo nome alle armi da fuoco nel sedicesimo secolo, una tradizione secolare che ha creato armi di indubbia affidabilità e dal successo planetario, come la celebre Beretta 92FS. Nel 1938, la fabbrica bresciana, sotto la guida del capo ingegnere Tullio Maragoni, creava il Moschetto Automatico Beretta 38 (MAB 38). Il MAB 38, che a inizio anni Quaranta venne distribuito all’esercito nella sua versione 38/A, fu una mitraglietta dotata di grande affidabilità, precisione e facilità d’uso, in grado di rivaleggiare con le rivali straniere nella stessa categoria: Maschinenpistole 1940 (Germania), Sten (Regno Unito) e Thompson Submachine Gun (Stati Uniti) giusto per citarne alcune. La Beretta è sempre stata tra i leader mondiali nell’innovazione nel settore delle armi da fuoco. Il fucile d’assalto ARX 160, realizzato negli anni 2000, è un esempio emblematico. Con il suo design modulare, consente una rapida sostituzione della canna per l’utilizzo di proiettili di differenti calibri.
Tecnologia nelle nuove frontiere: etere e informatica
Tra il finire del 1800 e l’inizio del secolo successivo, Guglielmo Marconi con i suoi studi sulle onde radio rivoluzionava il mondo delle comunicazioni a distanza. La telegrafia senza fili, oltre a permettere contatti pressoché istantanei su lunghissime distanze, avrebbe influenzato totalmente il modo di intendere la comunicazione nei decenni successivi. Precisamente il 12 dicembre 1902, una semplice lettera “S”, trasmessa da “Poldhu in Cornovaglia a S. Giovanni di Terranova (Canada)[10]”, spalancava le porte del mondo delle onde radio. L’innovativo metodo di trasmettere e ricevere messaggi ha rivoluzionato vari settori: dalle comunicazioni navali a lunga distanza, al coordinamento delle operazioni belliche in tempo reale e su diverse scale, fino all’intrattenimento domestico con la radio e successivamente la televisione. La rivoluzione avviata da Marconi ha avuto un impatto paragonabile all’invenzione della stampa a caratteri mobili e alla diffusione di internet.
Un’altra innovazione tecnologica, che si sarebbe dimostrata dalla portata epocale nei suoi risvolti, fu lanciata il 14 ottobre 1965 a New York. Stiamo parlando della Programma 101 di Olivetti, una calcolatrice programmabile che, nelle intenzioni del gruppo di progettisti guidato da Pier Giorgio Perotto, doveva essere intuitiva, poco costosa e di dimensioni contenute. Il prodotto era rivoluzionario, con una tastiera alfanumerica per l’input dei comandi, memoria magnetica per la conservazione dei dati e una stampante integrata per l’output. È considerata il predecessore dei personal computer, che avrebbero portato alla fama aziende come IBM e Apple. Le potenzialità di Programma 101 furono immediatamente percepite dagli esperti della Nasa, i quali “ne acquistarono quarantacinque esemplari per compilare le mappe lunari ed elaborare la traiettoria del viaggio della missione Apollo 11, che nel 1969 portò l’uomo sulla luna[11]”.
L’impronta italiana è stata determinante anche nel campo dell’elettronica e nello sviluppo di processori per l’informatica. Nel 1974 Federico Faggin, insieme a Ralph Ungermann, fondava negli Stati Uniti la Zilog Inc. Faggin, fisico, ingegnere e imprenditore nato a Vicenza e formatosi all’università di Padova, dopo aver partecipato allo sviluppo dei processori Intel 4004 e 8080, dava vita allo Zilog Z80, processore che avrebbe avuto un ciclo di vita di 48 anni[12]. Nel corso della sua lunghissima carriera lo Z80 ha trovato applicazione nei più disparati ambiti: dai computer domestici come lo ZX Spectrum alle console per videogiochi come il Game Boy color di Nintendo. Nonostante la mente dietro allo Z80 sia italiana, il processore è nato negli Stati Uniti e nel nostro Paese è stato prodotto, su licenza, dalla Società Generale Semiconduttori (SGS). La SGS nasceva da una collaborazione tra Olivetti e Telettra e fu proprio al suo interno che si formò Federico Faggin prima di trasferirsi negli States.
Questa breve rassegna prova a mettere in luce alcune delle principali innovazioni che hanno contraddistinto il progresso tecnologico nel nostro Paese. La scelta di citare soltanto questi esempi è stata dettata dall’impossibilità di racchiudere, in un lavoro così breve, l’enormità del patrimonio dei progressi che hanno avuto i natali nella penisola. Le vette raggiunte raccontano di una tradizione di pionieri, innovatori ed esploratori – di frontiere fisiche, spaziali e cibernetiche – che da sempre contraddistingue la nostra Italia. Fin dai tempi più remoti la penisola ha dato i natali a innumerevoli idee che hanno contribuito in modo determinante all’evoluzione nel tempo della civiltà occidentale. Nel campo dell’arte, delle scienze, delle esplorazioni, dell’agricoltura la nostra nazione ha sempre fornito contributi, anche tecnologici, di inestimabile valore. La curiosità e la tendenza alle nuove scoperte sono dei tratti connaturati nel nostro essere, parte integrante di un’identità che esisteva ancor prima della nascita del tricolore.
[1] https://www.marina.difesa.it/media-cultura/Notiziario-online/Pagine/20201218_18-19_dicembre_1941_l_Impresa_di_Alessandria.aspx
[2] https://it.insideover.com/guerra/perche-la-marina-usa-ha-scelto-le-fregate-fremm-italiane.html
[3] https://jacopogiliberto.blog.ilsole24ore.com/2011/03/25/libia-primati-italiani-venezia-1849-e-tripoli-1911-i-primi-bombardamenti-al-mondo/
[4] https://www.asi.it/esplorazione/sistema-solare/osetta/
[5] https://www.asi.it/vita-nello-spazio/litalia-in-microgravita/stazione-spaziale-internazionale/
[6] ivi.
[7] https://www.asi.it/formazione_esterna/archivio-newsroom/lagenzia-spaziale-italiana-ti-porta-sulla-luna/
[8] https://www.asi.it/space-economy-catalogo-industria-spaziale/catalogo-dellindustria-spaziale-nazionale/
[9] https://www.asi.it/formazione_esterna/archivio-newsroom/lagenzia-spaziale-italiana-ti-porta-sulla-luna/
[10] http://www.crit.rai.it/eletel/2001-1/11-6.pdf
[11] https://www.lastampa.it/cultura/2019/04/05/news/quando-la-olivetti-invento-il-pc-e-conquisto-new-york-1.35214967/
[12] https://www.wired.it/article/zilog-z80-fine-produzione/