Sono cresciuto all’estero e ho studiato in scuole di cultura americana, per cui fin da bambino ho sempre coltivato il sogno di poter essere presente all’Election Day. Finalmente sono riuscito a realizzare il mio sogno.
Tra gli eventi democratici con maggiori conseguenze a livello mondiale, le elezioni presidenziali americane occupano una posizione predominante; il turbinio mediatico che le investe e i continui colpi di scena che si succedono senza soluzione di continuità le rendono simili ad una partita di football americano: due squadre, di colori diversi, con tifosi sfegatati da una parte e dall’altra. Il modo migliore per assistervi è essere allo stadio. Così, il 31 di ottobre, io e il mio amico e compagno di studi P. decidiamo di intraprendere la stessa traversata che, compiuta da Colombo più di cinquecento anni fa, mise in moto quella sequenza di eventi che hanno portato gli Stati Uniti d’America a essere la potenza che è, e le sue elezioni ad essere così importanti per il resto del mondo.
Atterriamo a New York il 31 sera, con poco sonno e tanto entusiasmo, e veniamo accolti dal nostro amico C., un repubblicano di ventisei anni che studia a Brooklyn e vive a Manhattan. Trovare un repubblicano a Manhattan è più difficile che trovare un politico senza scheletri nell’armadio: nel 2024 solo uno dei 1298 distretti elettorali di Manhattan voterà per Trump[1], e lo stato di New York, nella sua totalità, non vota repubblicano dall‘84. C., figlio di immigrati messicani, ironia della sorte, andrà a votare proprio quel candidato che, fosse stato eletto qualche decennio prima, gli avrebbe precluso la possibilità di essere americano. Il suo potrebbe sembrare un caso unico, ma riflette, invece, una tendenza ormai molto diffusa negli USA: Trump ha fatto passi da gigante nella conquista dell’elettorato “latino”, guadagnandosi il 43% dei suoi consensi, 8 punti in più rispetto al 2020.
“In realtà” – ci confessa C., mentre passeggiamo per il Queens -“io avrei votato RFK”. Robert F. Kennedy, nipote del beatificato zio John, è stato un candidato third party, cioè né repubblicano né democratico. Fra tutti i candidati indipendenti, RFK è quello che i sondaggi accreditavano di un maggior consenso; ad agosto ha sospeso la sua campagna elettorale, rendendo noto il suo endorsement a Trump.
Ancora C.: “Nel 2020, quando Trump aveva annunciato la sua ricandidatura, non c’era tutta questa emozione… questa volta siamo un vero e proprio movimento”. La spontaneità con la quale ci confessa questo mi lascia perplesso: i sondaggi danno Trump e Harris praticamente alla pari nei cosiddetti stati chiave, come la Pennsylvania o il Wisconsin, mentre nel voto popolare, Harris gode di un punto percentuale di vantaggio. Eppure C. è sicuro: vincerà Trump. Ne è talmente convinto, che si diverte a girare per New York City con un provocatorio cappellino rosso con una scritta bianca: MAGA, cioè Make America Great Again, l’onnipresente slogan usato dalla campagna di Trump negli ultimi 8 anni. MAGA rappresenta la nostalgia profonda del popolo americano di tornare a essere parte di quegli Stati Uniti di vent’anni fa: un reazionarismo viscerale, che attribuisce la colpa della decadenza degli USA ad una serie di forze negative, primo fra tutte il partito Democratico. L’insieme di queste forze è il cosiddetto Deep State, un’entità senza volto che viene percepita come causa principale di tutti i mali del Paese.
La scelta di C. di rendere manifesta la sua fedeltà al MAGA mi meraviglia non poco, soprattutto considerando che ci troviamo in uno stato-roccaforte del Partito Democratico; e, difatti, la maggior parte degli sguardi che riceve mostrano perlomeno stupore se non addirittura disgusto. Eppure anche lì, sebbene raramente, incrociamo alcuni individui che sorridono compiaciuti e rispondono, sottovoce ma non troppo, “MAGA!” col pugno alzato in segno di solidarietà. Si vede che la reazione è genuina e immediata, come di chi riconosce un raro alleato nell’ostile mare che sta attraversando. Ecco allora che incomincia a chiarirsi il senso di ciò che C. mi va ripetendo: il MAGA è più di un orientamento politico: è un movimento popolare.
Il 2 novembre, tre giorni prima delle elezioni prendiamo il treno e andiamo a Washington D.C. Un’altra nostra amica, E. ci ospita e ci fa da guida per la città. Il treno passa per la circoscrizione elettorale più importante: la Pennsylvania, in particolare la Bucks County, la contea in assoluto più in bilico[2], nella periferia di Philadelphia. Sfrecciamo di fianco ad enormi fabbriche costruite in mattoni rossi, da tempo abbandonate, fatiscenti, con i vetri delle finestre rotti e decorate da graffiti; una volta questa regione era il cuore industriale degli Stati Uniti, la cosiddetta steel belt. Alla fine degli anni ‘90, la steel belt inizia un rapido degrado, si “arrugginisce” e si trasforma in quella che oggi è la rust belt. Nel 2016 Trump era riuscito a coagulare questo malcontento e a vincere negli stati chiave della rust belt, Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, dove però, nel 2020, si riafferma Biden.
Washington non è mai una città tranquilla, ma sotto elezioni la tensione è ancora più percepibile: molti di quelli che ci lavorano, infatti, potrebbero trovarsi disoccupati entro breve. Passeggiando per il lungo National Mall, tuttavia, si riesce quasi a trovare serenità nella frizzante atmosfera elettorale. A turbare l’atmosfera, ci pensa il suono invadente del clacson di un mezzo non meglio identificato, ma certamente di proporzioni gigantesche, che risuona in distanza. Avvicinandoci alla fonte di questo irritante fracasso, ecco che, proprio davanti all’elegante obelisco di Washington, simbolo del primo presidente e della nascita della democrazia americana, troviamo un enorme camion dei rifiuti, su cui campeggia una gigantesca scritta rossa e blu: VOTE TRUMP.

Non crediamo ai nostri occhi: non si può pubblicizzare il proprio candidato con un oggetto così poco “presidenziale”! Non possiamo non cercare di capire chi e perché abbia scelto di fare campagna per Trump proprio qui e in questo modo: ci avviciniamo all’autista, anche lui munito di cappello MAGA.
“I’m just here to stir the pot[3],” ci risponde l’autista con una prontezza provocatoria. Eppure in quell’affermazione cogliamo una disarmante sincerità, evidente nel sorriso fiero e tutt’altro che arrogante che l’accompagna: è orgoglioso di fare campagna elettorale per il suo candidato tramite l’oggetto con cui si guadagna quotidianamente da vivere, il camion della spazzatura. Tutto ciò non avviene per caso: alcuni giorni prima, il 30 di Ottobre, Joe Biden ha paragonato i sostenitori di Trump a “spazzatura”. La risposta di Trump non si è fatta attendere: è salito su un camion dell’immondizia a Green Bay, in Wisconsin, simbolicamente accettando la veste che gli è stata apprestata da Biden, con un atto di acrobazia politica; se i suoi sostenitori sono spazzatura, allora Trump è il conducente di un camion dei rifiuti. Ecco che allora, in analogia al ragionamento di Trump, l’uomo di fronte a noi testimonia: se per i democratici lui, in quanto sostenitore di Trump, è spazzatura, allora con grande dignità avrebbe rivendicato questo disprezzo e fatto campagna elettorale sotto questa nuova luce mostrando di essere fiero della sua identità politica di fronte a coloro che lo insultano.
In questo modo, i Trumpisti possono affermare la loro esistenza; “noi ci siamo, indipendentemente da come ci chiamate o da quanto ci possiate disprezzare”. Trump è stato abile a attirare una grande parte di popolazione degli Stati Uniti che si sente emarginata e dimenticata; proprio quella parte che i democratici non riescono più ad attrarre, dando perfino la sensazione di aver abbandonato gli sforzi per ricostruire un dialogo con essa.
Quella sera a cena, a casa di E., che vive in un piccolo sobborgo di Washington chiamato Falls Church, incontriamo i suoi genitori: sono una coppia di diplomatici, entrambi dipendenti del Department of State, democratici da generazioni. Parliamo a lungo delle conseguenze che avrebbero avuto le elezioni, e raccontiamo anche dell’episodio del camion della spazzatura al Washington Memorial. Nelle loro parole, cogliamo un enorme disprezzo nel confronto di tutti quei milioni di americani che votano Trump, insieme ad una fiducia totale in una schiacciante vittoria della Harris che avrebbe spazzato via il movimento MAGA: davanti a casa hanno piantato un palo con un cartello “Harris-Walz”, segno del loro sostegno. Non sappiamo più cosa pensare, tra i focosi trumpisti ed i devoti democratici, e cominciamo a chiederci se questi ultimi potrebbero avere il sangue blu.

Alla fine l’Election Night la passiamo a New York, e quando dichiarano Donald Trump 47esimo presidente degli Stati Uniti d’America siamo nella metro. I risultati sono radicalmente diversi da quelli che i democratici si aspettano, ma non solo perché hanno perso; i “rossi” hanno avuto più voti in tutti gli stati della federazione rispetto al 2020. Mentre i democratici aspiravano addirittura al Texas e credevano di erodere il vantaggio storico dei repubblicani, alla fine è stato invece lo stato di New York a rischiare di diventare rosso, più di quanto il Texas blu.
La breve permanenza negli Stati Uniti durante l’election week mi ha fatto capire che i democratici non hanno solo perso la Casa Bianca, la Camera e il Senato, ma l’intera nazione, come risultato di un processo che è durato ben più di un ciclo elettorale ed è stato determinato da una svolta integrale della loro filosofia politica. L’errore di calcolo dei democratici proviene da una arroganza oramai divenuta pratica politica. Rappresentano uno status quo in cui la maggioranza degli americani non si riconosce più. La campagna elettorale di Trump è riuscita a dare l’idea di voler costruire un’alternativa alla politica attuale tramite modalità non convenzionali che sono riuscite ad arrivare a quella parte degli americani esclusa dal welfare democratico. Gli americani si sono espressi a favore di questa alternativa.
[1] https://www.vote.nyc/sites/default/files/pdf/publications/politicalcalendars/Manhattan_Political_Calendar_4-2018.pdf, https://www.electionatlas.nyc/maps.html
[2] Trump ha vinto di solo 521 voti.
[3] “Sono qua solo per mescolare la pentola”, cioè causare scandalo o confusione.