Zama è il teatro della gloria definitiva: il giovane generale romano sconfigge Annibale, il pericolo pubblico n.1, chiudendo finalmente una partita che ha portato la Res Publica sull’orlo del baratro. Pochi anni dopo quest’uomo, Publio Cornelio Scipione, figlio di Publio, nipote di Publio, detto l’Africano; si ritira a Literno, in Campania, lontano da un’Urbe che ha glorificato battendo il cartaginese, circondato da sospetti, delegittimato da processi, oggetto insomma, di una sistematica campagna di logoramento politico. Perché una repubblica che sta diventando potenza mediterranea grazie alle vittorie di un generale che ha posto i fondamenti di un ordine militare che di lì a poco garantirà a Roma il completo dominio del Mare Nostrum lavora subito dopo per metterlo in disparte, per neutralizzarlo?
Per rispondere a questa domanda bisogna tenere assieme due piani: da un lato la logica profonda che muove la repubblica romana dalle sue origini, con la cacciata dei re etruschi che si configura come un riflesso condizionato contro ogni forma di personalizzazione del potere, una “sindrome occidentale” che teme la monarchia più di qualunque nemico esterno. Dall’altro, il mondo ellenistico in cui Scipione si muove agevolmente, ecosistema politico dominato da monarchie in cui il potere tende a concentrarsi in mani regie, una “sindrome orientale” che vede nel successo militare il fondamento di un dominio personale e durevole. Scipione, grandissimo generale che sconfigge il più grande strategos di tutti i tempi, abita la frontiera tra queste due logiche, e per questo è tanto indispensabile… quanto pericoloso.
Una repubblica allergica ai re
La storiografia romana, da Livio agli annalisti, delinea la cacciata di Tarquinio il superbo come trauma fondante: da quel momento il re diventa una figura sacrilega[1]. Ne deriva un assetto istituzionale tutto teso a rendere difficile, se non impossibile, una duratura concentrazione di potere in mani singole. Abbiamo pertanto la collegialità delle magistrature, l’annualità delle cariche, la rotazione degli incarichi militari e dittature rigidamente limitate nel tempo, a cui ricorrere solo in casi eccezionali di crisi: la dittatura di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore ne è esempio lampante. Ma anche lì vediamo subito una tensione palese a controbilanciare: Roma affianca a Quinto un magister equitum, riducendo di fatto il raggio di azione dell’uomo chiamato a salvare la città nel periodo dei grandi trionfi italiani di Annibale. Addirittura già con Camillo, vincitore di Veio nel 396 a.C. e poi allontanato a seguito di accuse sul bottino (un classico come vedremo), la storiografia romana registra lo stesso comportamento: usare l’uomo fuori dal comune nella fase critica, per poi emarginarlo, riportando il sistema al suo preesistente equilibrio di potere.
La sindrome occidentale è esattamente questo intreccio di istituzioni ed ideologia in un sistema che non vuole integrare stabilmente l’eccezionalità del singolo in quanto pericolosa. L’uomo “troppo grande” viene tollerato ed usato quando serve, ma poi diventa un problema per le istituzioni. Con Scipione, per la prima volta, questa dinamica arriva a un punto pericoloso di tensione.
Scipione: geniale e pericoloso precursore
Prima di Zama Scipione chiede allo Stato di portare la guerra in Africa, e quest’ultimo gli nega mezzi e rinforzi all’interno del quadro istituzionale. A quel punto l’Africano ricorre al suo carisma: fa appello personalmente a cittadini ed alleati ed ottiene un successo enorme; denaro, vettovaglie, navi e contingenti militari arrivano da città etrusche, umbre, sabine e dal mondo appenninico.
Come osserva Giovanni Brizzi, per la prima volta assistiamo ad una serie di arruolamenti volontari che rispondono quasi fossero soldati ‘professionisti’ legati in modo crescente al loro comandante, più che allo Stato. È “un primo embrione di clientela militare: un primo manifestarsi di quella dipendenza diretta che, sul finire della Repubblica, risulterà fatale per le sue strutture istituzionali. Scipione appare così come un geniale ma potenzialmente destabilizzante precursore: in lui albergano già i germi del cesarismo, sostiene lo storico italiano. Potenzialità che in quell’epoca resterà embrionale, ma che diverrà decisiva nel I secolo a.C.
La pericolosità dell’Africano non deriva solo dai suoi successi militari, ma dall’insieme dei segni e dei significati che egli accumula attorno alla propria persona. È l’uomo che ha detenuto l’imperium più a lungo di chiunque altro nel suo tempo; ha battuto moneta con la propria effigie, prerogativa tradizionalmente regia; ha fondato Italica fuori dall’Italia; è stato salutato imperator dalle legioni; ha portato in alto homines novi legati al suo entourage; ha fatto di sé il patrono di intere comunità iberiche. Il mito personale viene alimentato da storici e poeti, in particolare da Ennio[2], che contribuisce a circondare la sua figura di un’aura quasi soprannaturale.
In questa combinazione di lunga durata del comando, clientela militare e costruzione del mito, Seneca[3], come nota lo storico Giovanni Brizzi, vedrà retrospettivamente proprio quei semi del cesarismo che trasformeranno Roma nell’ultimo, travagliato secolo repubblicano. La Repubblica si trova così davanti a una figura che incarna, nel suo interno, il modello del sovrano ellenistico e della sindrome orientale.
L’eastern lobby e la sindrome orientale
Il mondo estero in cui Scipione si muove non è più quello delle città stato, ma quello dei grandi regni ellenistici. Sono compagini in cui il sovrano è contemporaneamente generale, giudice, patrono. L’esercito giura fedeltà al sovrano, la ricchezza e le clientele si accumulano e organizzano attorno alla corte.
Giovanni Brizzi[4] chiama eastern lobby, lobby orientale, il gruppo di potere romano che punta a far dell’Oriente ellenistico il nuovo teatro privilegiato di guerra, gloria e carriere: una fazione interessata a gestire direttamente le campagne in Grecia e in Asia, costruendo proprie reti di influenza in quel quadrante. Scipione non appartiene a questa lobby: anzi, nel momento in cui la sua fortuna politica sembra declinare, è un suo esponente, Publio Viglio Tappolo, a ottenere il comando della guerra contro Filippo V di Macedonia, fortemente voluta da questo gruppo. Ma quando Tappolo chiede rinforzi ai veterani africani di Scipione – molti dei quali reduci di Canne, emarginati e poi riabilitati in Africa, una sorta di “sporca dozzina” ante litteram – questi si rifiutano di seguirlo in Grecia. Poco dopo, gli stessi veterani affluiscono in massa ai comizi che sostengono la candidatura a console di Tito Quinzio Flaminino (allora vicino a Scipione) e tremila di loro lasciano persino i terreni assegnati per seguirlo in terra ellenica.
Il cambio di passo è evidente: la fedeltà dei soldati non è più gestita dalle istituzioni e dalle magistrature, ma passa per la rete di rapporti personali costruita da Scipione e dal suo gruppo.
Si può quindi definire, mettendosi nei panni di un Catone, acerrimo nemico di Scipione e custode della tradizione repubblicana, sindrome orientale la tendenza a concentrare esercito e consenso politico intorno a un singolo individuo, sia esso re o stratega, trasformando il successo militare in potere personale durevole. Da questo punto di vista l’Africano si muove all’interno di logiche che il sistema repubblicano non può tollerare.
Flaminino, la libertà dei Greci e la propaganda anti regia
Ma torniamo a Scipione e Flaminino. Il loro rapporto e il modus operandi di ciascuno è, in un certo senso, una cartina tornasole delle due “sindromi”. Inizialmente protetto di Scipione, privatus cum imperio come il suo patrono, Flaminino trionfa su Filippo V a Cinocefale nel 197 e l’anno dopo proclama ai giochi istmici di Corinto la “libertà dei greci”, con un gesto mirabile di propaganda politica[5]. Subito dopo lascia che circoli questa voce: Roma è per sua stessa natura animata da un odio profondo verso il potere regio. Ciò rassicura enormemente i greci appena liberati dal giogo macedone, ma mette in allarme tutte le vicine monarchie orientali ellenistiche. A quel punto Scipione stesso è costretto ad intervenire, inviando una lettera di rassicurazione al re Prusia di Bitinia, in modo da edulcorare l’immagine di una Roma ferocemente anti-monarchica. L’idea dell’Africano è che una propaganda troppo assertiva rischi di destabilizzare eccessivamente gli equilibri mediterranei.
Qui si vede con chiarezza una differenza: Flaminino alza i toni ed estremizza la sindrome occidentale, facendo dell’odio anti-regio uno slogan di liberazione utile a parlare alle città greche. Scipione, più attento agli equilibri interni del mondo ellenistico, ragiona invece in termini di patrocinium e controllo a distanza, accettando che ad oriente esista un sistema di poteri personali regionali, purché inseriti in un ordine mediterraneo regolato da Roma. Questa prudenza non lo avvicina alla Eastern Lobby, che investe sull’espansione in oriente per affermare il proprio blocco aristocratico; è piuttosto il segno di un comandante che sa parlare lo stesso linguaggio dei re. Proprio questa capacità di padroneggiare i codici del mondo monarchico fa di lui, agli occhi di molti senatori, un potenziale rex in casa (segue).
[1] Tito Livio, Ab Urbe condita.
[2] (PDF) A. M. Morelli, Lo Scipio e la poesia celebrativa enniana per Scipione. Con una appendice sul problema storico dell’‘ultimo discorso’ dell’Africano, in B. Pieri – D. Pellacani (a cura di), Si verba tenerem. Studi sulla poesia latina in frammenti, Berlin-Boston 2016, pp. 53-78.
[3] Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, 86: “O Scipione doveva restare a Roma, oppure Roma doveva restare libera… La situazione era arrivata al punto che o la libertà avrebbe fatto torto a Scipione, oppure Scipione avrebbe fatto torto alla libertà”.





